Pubblicato da: Sadugo | 18 giugno 2014

Le stesse facce Vincent Freeman

C’erano le stesse facce, questo era il vero problema, non riuscivo a dirlo a nessuno ma la cosa mi mandava in bestia. Bob, Stacy, Frank che era più le volte che non lo vedevi che quelle in cui ti accorgevi della sua presenza e poi loro, sempre lì, ferme, immobili, con quell’aria di supponenza.

Si, la cosa mi faceva impazzire, qualcuno avrebbe dovuto sciogliermi del Prozac nell’acqua per farmi calmare.
Erano ormai anni, avevo visto passare mesi e stagioni li dentro, mi sentivo impaziente, la vita era altrove, volevo andarmene, uscire, vedere il mondo e invece continuavo a girare su me sesso, ogni giorno lo stesso giro, passavo intorno all’alga marina, quattro veroniche intorno alla falsa barriera corallina e poi un giro veloce lungo tutto il perimetro. Sentivo le branchie aprirsi e chiudersi con forza a un ritmo regolare  e potente, la pinna posteriore contrarsi e decontrarsi con eleganza, le pinne laterali smuovere l’acqua con decisione ma senza foga, ero bello, di un rosso accecante.
Ma quando mi prendeva quella smania non riuscivo ad esserne soddisfatto e mentre giravo come un pazzo dentro il mio acquario sentivo la disapprovazione rassegnata di Bob e Stacy, lo sguardo compassionevole di Frank mimetizzato su chissà quale roccia calcarea e quelle quattro lumache marine blaterare frasi contro di me.
– dovrebbe darsi una calmata
– quello prima o poi andrà fuori di testa
Le sentivo le loro frasi, e i loro occhi giudicanti, mentre contraevo tutto il mio corpo e guizzavo nell’acqua azzurrognola creando riflessi rossastri sul vetro che mi separava dalla vita.
Ma io non mi arrendevo, ok, forse era vero, ero uscito di testa, il mio cervello un giorno era esploso nella mia scatola cranica spargendosi tutto intorno a me e mischiandosi al mangime che ogni giorno ci veniva dato, brandelli della mia sanità mentale ovunque, pezzi di me che galleggiavano a pelo d’acqua inghiottiti da Bob e Stacy che mi guardavano con sorrisi al retrogusto di anestetizzante mentre si divoravano la mia materia grigia.
Dovevo trovare un interruzione.
La vita è ingannevole certe volte, finisci in gabbia e nemmeno te ne accorgi, finisci in un recinto e cominci a starci comodo, quasi rassicurato, tutti fingono di stare bene ma le cose stanno diversamente, dovreste sperare con tutte le vostre forze di saper riconoscere le prigioni in cui vi trovate, sperare di trovare celle e gabbie in cui in cui non si sta comodi. Dovreste pregare ogni singolo giorno della vostra vita che le sbarre siano ben visibili, che nulla sia ambiguo e confuso, che il confine tra la vita e la non vita sia evidenziato col tratto fosforescente dell’insoddisfazione. E invece no, non è mai così, e io lo sapevo bene. Per questo i giri a vuoto, il continuo movimento, un qualcosa che dentro mi divorava senza sosta. Ero un pesce rosso senza pace.
– sei fuori
Mi dicevano le quattro lumache marine con il loro sguardo di disapprovazione, ferme, immobili, senza nient’altro da fare che lasciar passare le giornate e giudicare il mio dolore, le ho odiate, Dio se le ho odiate, ma poi ho capito, quel giorno ho capito tutto.
Era chiaro, era chiaro a loro, a Bob, a Stacy, ai loro sorrisi anestetizzati e a Frank che non sapevo mai dove cazzo fosse, ma dove era, aveva tutto chiaro anche lui. Non potevo più stare li dentro, volevo la vita, volevo l’oceano, volevo le onde, volevo nuotare, infrangermi contro barriere coralline vere, nuotare a branchi, combattere contro balene giganti e farmi schiacciare, sprofondare per riemergere, essere azzannato da uno squalo bianco, e morire galleggiando nel mio sangue. Volevo vivere, e volevo morire, facendo rumore. Volevo sentire i denti della vita lacerarmi le squame e troncarmi in due come una sardina qualsiasi.
Non bastava il mangime dosato, no, volevo l’indigestione. Non bastavano Bob e Stacy, no, volevo conoscere milioni di altri Bob e Stacy. Non bastava l’acqua che riuscivo a respirare, no, le mie branchie volevano oceano, acqua, acqua e ancora acqua  a non finire.
E non bastava nemmeno lei, non bastava il suo sorriso bianco come bianche sono le onde del mare che non ho mai visto ma che ho impresse nella mia anima, non bastavano i suoi orecchi a sventola dolci come ostriche caramellate, non bastavano i suoi occhi verdi come l’oceano di cui Frank raccontava sempre mentre loro gli dicevano:
– che ne sai Frank?
– nemmeno ci sei stato Frank
– spari solo cazzate Frank
E lui che rispondeva.
– fanculo
Che è l’unica cosa che puoi rispondere quando qualcuno si mette a sindacare sui tuoi sogni e sui tuoi ricordi, fanculo, senza aggiungere altro.
E non bastava che lei ogni giorno si affacciasse per guardarmi, non bastava che pichiettasse al vetro con il suo dito e che bastassero quattro mie piroette, solo quattro, nei giorni più tristi, quando suo padre la faceva star male, per farle tornare il sorriso. Non bastava niente, e spero che lei mi abbia perdonato per averlo fatto.
– non esiste l’oceano
– ti stai solo costruendo castelli di sabbia
Non aprivano bocca da giorni, le quattro lumache marine, ma io ero inquieto, ansioso, angosciato, e sentivo i loro pensieri nella testa mescolarsi ai miei, c’erano voci, ricordi confusi, la realtà annacquata dalla follia e allora ho nuotato più forte che potevo, le pinne spinte al massimo, sentivo le squame scivolare senza attrito, le branchie macinare ossigeno, azoto, idrogeno, la mente divorare la normalità.
Al 57esimo giro dell’acquario l’ho fatto, ho puntato verso l’alto, la luce mi ha accecato, ho sentito l’acqua trasformarsi in aria secca sulle squame, le branchie hanno cominciato a girare a vuoto, stavo volando, tra schizzi e desideri, per un attimo, ho anche pensato di averlo visto, l’oceano. Il verde mela dei suoi occhi, le onde bianche dei suoi sorrisi, sono stato felice, per quei secondi, in aria, da solo.
Non c’erano sbarre.
Niente Bob e Stacy.
Niente sguardi di disapprovazione, devono essere rimaste a bocca aperta quelle quattro lumache marine.
Ho sentito la vita entrarmi sotto le squame.
Poi ho sentito il mio corpo sbattere, un tonfo sordo, dieci, venti, trenta, quaranta sussulti e poi il silenzio.
Sono morto.
So che Frank mi stava guardando e che sono stato un esempio per lui.
So che la vita di Bob e Stacy non sarà la stessa.
So tutte queste cose, e mentre me ne andavo l’ho sentita, e so di averle fatto del male.
Stava parlando al telefono perchè nessuno le rispondeva.
– si Vincent, è terribile
– ….
– l’ho trovato morto
– ….
– sul tavolo Vincent, sul tavolo dove tengo l’acquario
– ….
– si sto bene Vincent
– ….
– non riesco a capire perchè, non riesco a capire perchè lo ha fatto

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 6 aprile 2014

E se si drogasse Vincent Freeman?

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– Pennuti e Piumati cosa posso fare per il suo uccello?
– ….
– Vincent?
– ….
– Vincent smettila di chiamarmi a lavoro
– è importante
– stai cercando del mangime?
– no
– vuoi una miscela Prestige Premium African per Pappagalli?
–  Non Elisewin lasciami spiegare
– ….
– io non lo voglio un figlio
– ….
– ….
– ok Vincent, mi sterilizzerò
– no aspetta
– Vincent sto lavorando
– ho capito ma è importante, finalmente ci sono arrivato, so chi sono, sono una persona anaffettiva, non ho contatti veri con gli altri esseri umani, leggo libri che parlano della riproduzione sessuale dei tritoni, passo ore ad ascoltare musica che non conosce nessuno, non ho un rapporto intimo tranne che con te, sono una persona sola e le persone sole fanno figli soli, non voglio
– Vincent tu non sei una persona sola
– Elisewin sono solo e anaffettivo, non m’importa realmente niente degli altri, ieri la signora Zimmerman è caduta davanti a me, ha sbattuto la faccia sul marciapiede, era una pozza di sangue, credo stesse per rimanerci e, beh, lo sai, volevo solo che non dovesse toccare a me rialzarla
– Vincent tu non sei anaffettivo
– ma se poi viene disabile? e io non provo niente per lui? Non sarebbe orribile?
– nel caso che io e te facessimo un figlio sarebbe più probabile che diventasse un eroinomane
– e se fosse tutte e due le cose? Il primo spacciatore in carrozzina, ce lo vedi? Lì che spaccia dosi di ero tagliata male agli altri handicappati del centro diurno. E sarebbe tutta colpa nostra
– Vincent devo riattaccare ora
– ma come facciamo?
– Vincent a meno che tu non abbia abusato di me sedandomi con del Rohypnol non credo ci sia bisogno di discuterne ora
– ….
– ….
– ….
– dai Vincent ora devo riattaccare
– sarà il primo disabile spacciatore
– ….
– i servizi sociali ci toglieranno tutto
– ok Vincent chiudo
– lo vedo già crivellato di colpi mentre cerca di fuggire da un posto di blocco con la carrozzina
Click

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 4 aprile 2014

E’ solo formaldeide Vincent Freeman

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Elisewin Richmond certe volte avvertiva uno strano senso di solitudine, non che si sentisse esattamente sola, era un qualcosa di diverso, di più sottile. In dei momenti precisi della sua vita aveva avvertito, in modo molto netto, la sensazione di essere chiusa dentro un barattolo.
Lei era dentro, e tutto il resto accadeva fuori.
Vedeva le facce, i sorrisi, sentiva le voci perfino, solo un po’ smorzate. Ogni tanto lei e il suo barattolo avevano partecipato anche a delle feste, la musica rimbombava là dentro, e anche se non era facile interagire con gli altri quando ti senti una marmellata, lei ci andava lo stesso. E le cose accadevano, solo che non accadevano dove era lei, ma sempre un po’ più in là.
– tu non sei il tipo con cui ci si diverte alle feste, al massimo si sta in un angolo a prendere in giro quelli che ballano.
Le aveva detto una volta Vincent Freeman, e in quel momento aveva capito che il suo barattolo non solo la separava dal resto del mondo, ma chiedeva anche a chi gli stava vicino lo sforzo di separarsi con lei.
Elisewin non gli rispose, si sentiva un essere umano sotto formaldeide, e non voleva che anche Vincent Freeman avesse quel sapore chimico addosso.
– a cosa stai pensando
Le chiese lui.
– ai tritoni sotto formaldeide sugli scaffali del laboratorio di scienze
– ….
– a come passano la loro vita senza cambiare, senza incontrare mai un batterio che gli faccia del male, o che gli faccia del bene
– ….
– dovremmo tirarli fuori da lì

Pubblicato da: Sadugo | 31 dicembre 2012

Un 2012 maniacale

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 2.900 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 5 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Pubblicato da: Sadugo | 26 novembre 2012

Non tornare senza campanello Vincent Freeman

Elisewin Blueville a volte è un posto freddo e brutale.
E io voglio girare disarmato, solo un grande impermeabile, cappello e sciarpa, per non farmi ammazzare, perchè questa città è piccola ma produce una gran quantità di persone tristi, e di persone sospettose e di persone in guerra ma senza una guerra vera e propria.
E mi sento un eroe quando pedalo, fino quasi sotto casa tua, le macchine sulla tangenziale mi suonano, mi lampeggiano con i fari, come se non avessero mai visto uno in bicicletta in vita loro. Dalla rotonda prima dei tuoi palazzi guardo le luci del tuo appartamento in mezzo alle altre scatole di cemento e spero che tutto vada bene.
Lo so, lo so che non dovrei farlo perchè non stiamo insieme, perchè è da maniaci andare sotto casa di qualcuno per vedere se le luci sono accese.
Ma anche se non stiamo insieme a me piace così, e voglio che tu non te ne vada.
Perché se vai via le cose cambieranno e se le cose cambiano non tornano mai esattamente come prima. Tornano quasi uguali, abbastanza simili, appena perfettamente identiche, ma mai uguali uguali.
Come quando i bulli teste di cazzo mi rubarono la BMX. Avevo dodici anni, passai giorni a cercare di ritrovarla pezzo per pezzo e recuperai quasi tutto, tranne le PEG e il campanello.
Era praticamente la stessa bici disse mia madre, ma senza le PEG e il campanello risposi io.
Lei insisteva, è la stessa bici ma lo diceva per consolarmi perché non era la stessa bici.
E quando mi parli di andare via, di lasciare questo posto so che tornerai, e posso anche stare solo per un po’, anche se Blueville è un posto freddo e brutale, ma se torni senza campanello?

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 14 novembre 2012

Era il mio topo Vincent Freeman

If there’s no one beside you
When your soul embarks
Then I’ll follow you into the dark

Pubblicato da: Sadugo | 4 novembre 2012

E’ pieno di orsi Vincent Freeman

– paura degli orsi, ho capito bene?
Aveva chiesto la Dottoressa Natalie Finch e Eugene Victor aveva annuito scuotendo la sua testa avanti e indietro.
– una paura fottuta
Aveva aggiunto.
Lei aveva segnato qualcosa sul suo quaderno con aria molto professionale e lui si era un po’ sporto dalla poltrona per cercare di capire cosa avesse scritto ma lei aveva ritratto il quaderno verso il petto.
– non si può?
Aveva chiesto lui.
– è meglio di no
Aveva detto lei.
– ma se ha disegnato un orso dovrei saperlo
– sono una psicologa non una illustratrice
Aveva risposto lei riuscendo a non far sembrare sarcastica una risposta che aveva tutte le carte in regola per esserlo. Eugene era rimasto in silenzio, lei aveva sorriso e tutti e due si erano sistemati meglio sulla loro poltrona.
– mi parli degli orsi
– di una razza in particolare?
– ….
– ….
– di quelli che le fanno paura
– tutti gli orsi fanno paura
Anche gli orsetti russi? avrebbe voluto chiedere lei, ma aveva semplicemente annuito scrivendo nuovamente qualcosa sul suo quaderno e lui si era irrigidito.
– il mio quaderno la incuriosisce molto
– temo che lei stia disegnando
Lei aveva scritto nuovamente.
– le sta venendo bene quell’orso?
– ….
– ….
– mi aiuta ad ascoltare
– disegnare orsi?
– scrivere
– ….
– ….
– non mi dovrebbe fare qualche domanda invece di “scrivere”?
– che tipo di domanda si aspetta che le faccia?
– non so, cose del tipo: cosa significano gli orsi per te Eugene? cosa pensi che ci sia dietro gli orsi Eugene? da quanto tempo hai paura degli orsi Eugene?
Lei si era sistemata i capelli dietro le orecchie e aveva sorriso guardandolo, Eugene aveva distolto lo sguardo e aveva pensato che era una donna molto attraente ma era li per risolvere il problema degli orsi, doveva evitare di cadere nelle sue immaginazioni pornografiche. Per calmarsi si disse che non sarebbe entrato nessun tecnico della fotocopiatrice dalla porta, anche perchè non c’era nessuna fotocopiatrice, l’arredamento era più da salotto che da ufficio.
– vuole che apra la porta?
Aveva chiesto lei e lui aveva scosso la testa un po’ agitato cercando di non guardarla, lei gli leggeva nel pensiero probabilmente, Eugene aveva letto su un fumetto che certi psicologi erano in grado di farlo, a forza di studiare il comportamento umano subivano una specie di mutazione evolutiva. Stava sudando.
– vuole che apra la finestra?
– sto benissimo grazie
Non stava benissimo, lei aveva accavallato le gambe, lui aveva scorto delle goccioline di sudore lungo il polpaccio lasciato scoperto dalla gonna floereale, ma sapeva che non erano goccioline di sudore reali, che era solo la sua immaginazione.
Eugene avrebbe voluto chiedergli se le sembrava il caso di vestirsi in modo così attraente avendo a che fare tutto il giorno con degli psicopatici, ma forse le piaceva far andare la gente fuori di testa con le sue gambe, forse aveva scelto psicologia per questo all’università o forse era una prova che faceva al primo appuntamento e sul quaderno stava segnando le volte che lui tentava di guardarle gambe per catalogarlo nella sezione “disturbi della sessualità”.
– mi chieda degli orsi
Disse lui nervosamente.
– Eugene
– ….
– vuole che le prenda da bere
– no, voglio che mi chieda degli orsi
-….
– ….
– Eugene parlami degli orsi
E lui aveva preso a parlare guardando il pavimento e giocando nervosamente con le mani, e aveva cominciato raccontandogli di come a un certo punto della sua vita tutto fosse diventato un po’ più difficile e come avesse smesso di andare al parco di Blueville per paura degli orsi. E come all’inizio non si era preoccupato perchè aveva pensato che andava bene, alla fine il parco di Blueville nemmeno era questo gran parco e poi di lì a poco ci avrebbero fatto una centro benessere e quindi chissenefregava aveva detto e infatti il problema mica era il parco, erano gli orsi. Perchè poi aveva smesso anche di andare a piedi a lavoro per paura d’incontrarli, e anche al cinema ci andava poco, sapeva che nessuna maschera con le rotelle al suo posto avrebbe fatto entrare un orso in una sala ma questo non serviva a calmarlo, anzi, a dire il vero nessuna spiegazione razionale serviva a molto e gli orsi lo facevano stare parecchio chiuso in casa. Ma non era nemmeno questo il problema, aveva continuato, facendo una pausa quando lei aveva scritto sul quaderno, non era quello il problema perchè lui ci era abituato a stare da solo, faceva l’insegnante ma nessuno dei colleghi gli aveva mai chiesto di uscire dopo il lavoro e così finiva per stare quasi sempre in casa a leggere o a guardare porno amatoriale, ma quest’ultima cosa non l’aveva detto per non essere catalogato nella sezione “disturbi della sessualità” e aveva continuato dicendo che ci s’era anche un po’ abituato agli orsi e che alla fine ci conviveva da diverso tempo e loro non gli avevano poi fatto così male.
– ….
– ….
– e allora Eugene, perchè è qua?
– per gli orsi, ma soprattutto per Eleonor
– ….
– non so, magari lei ora ha fatto un altro disegno, e ha disegnato tanti orsi e adesso forse una Eleonor, beh, so che non mi vuol far vedere il quaderno e allora non posso sapere come lei l’ha disegnata ma Eleonor è così fragile, ed è sposata, ed è anche la madre di una mia studentessa e l’altro giorno l’ho trovata in un supermercato che fissava barattoli di fagioli. Non so se può disegnare tutte queste cose. Aveva l’aria triste, le ho chiesto se le andava di prendere un gelato e siamo finiti al cinema, stavo per dirle di no, per il fatto degli orsi, ma mi sentivo strano, lei ha pianto mentre mangiava il gelato e mi ha detto che sta per morire. Io non so se è vero ma dopo il cinema abbiamo fatto l’amore in macchina nel parcheggio della multisala. erano 16 anni che non facevo sesso, e so che questo finirà per farmi catalogare nel suo schedario alla voce “disturbi della sessualità”ma che ci vengo a fare qua se poi non le dico tutta la verità?
– ….
– appunto, ma non è nemmeno questo il punto, il punto è che ora tutto quello che voglio è fare una passeggiata nel parco con Eleonor ma non posso
– non può?
– no, non posso, perchè nel parco ci sono gli orsi
– non ci sono orsi a Blueville
Aveva risposto troppo bruscamente la Dottoressa Natalie Finch uscendo dal suo ruolo.
– ne è così convinta?
– abbastanza, si
– …
– ….
– ma scommetto che se le chiedo di venire con me al parco non ci verrà
– non sarebbe opportuno
– e come farà a convincermi che nel parco non ci sono gli orsi?
– non voglio convincerla di questo
– e allora a cosa cazzo servono gli psicologi?
Si era scaldato, e nella sua testa aveva visto la mano della Dottoressa Natalie Finch spostare il suo fascicolo da “disturbi della sessualità” a “rabbia e atteggiamenti aggressivi”.
– mi scusi
– non c’è bisogno che si scusi
– ….
– ….
– ….
– qua lavoreremo su quello che vuole lei Eugene, e se lei vuole andare al parco con Eleonor è su questo che lavoreremo, ma non credo che chiedermi di venire con voi al parco sia la soluzione
Per due decimi di secondi nella testa di Eugene aveva fatto breccia un immagine di lui, la dottoressa e Eleonor nel parco.
– ma esiste una soluzione?

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 27 ottobre 2012

Come una mucca Vincent Freeman

In: Blueville in prima persona

La signorina Fitzelbert viene in classe sempre con un umore diverso e non sai mai che piega prenderà la giornata ed oggi doveva essere proprio felice e non smetteva di sorridere mentre durante la lezione di scienze ci raccontava che le mucche hanno un sistema visivo per il quale vedono le cose molto più grandi di come sono nella realtà. Questa cosa la faceva proprio divertire.
Ed io ero seduta nel mio banco e guardavo lei, i miei compagni e i tre bulli che mi chiamano sempre Richmond senza tette scompisciarsi per il fatto che le mucche hanno paura di cose molto più piccole di loro, cani, esseri umani, perfino un gatto a volte riesce a spaventarle. Ridevano, la classe era piena di denti.
E a me i denti delle persone fanno paura e le miei mani hanno preso a tremare, ho sentito che uno dei miei attacchi stava arrivando, ho pensato alle mucche, al loro vedere le cose troppo grandi, al loro avere paura di tutto, a come doveva essere spiacevole sentirsi come una mucca, avevo un ronzio nella testa e c’erano denti ovunque e intorno a me.
Mi sono alzata.
Cosa c’è Elisewin ha detto la signorina Fitzelbert, devo uscire ho detto io.
Mancano pochi minuti alla ricreazione ha detto lei.
Mi sono voltata, ancora denti.
Ho fatto per mettermi a sedere ma ho visto la parete con la lavagna alle spalle della Signorina Fitzelbert squarciarsi all’improvviso, cartongesso e pezzi di grafite sono esplosi in aria e una mandria di mucche ha travolto tutta la classe facendo a pezzi i miei compagni e i tre bulli teste di cazzo  e Arthur Nottefonda rideva con la mano davanti alla bocca nell’angolo della classe dove sta sempre da solo a fare i compiti con l’insegnate di sostegno. Ho visto la testa della Signorina Fitzelbert calpestata e schiacciata più volte come una patina fritta piena di ketchup sul pavimento del fastfood del centro commerciale.
Io e Nottefonda ci siamo guardati ed eravamo felici.
Ti senti bene Elisewin ha detto la Signorina Fitzelbert, si, ho risposto io.

Elisewin Richmond

Pubblicato da: Sadugo | 14 ottobre 2012

E’ tutto uno zoo Vincent Freeman


LE INTERVISTE AI PERSONAGGI DI VITA MANIACALE
Parliamo di animali domestici:

CANONI
Io avevo un cane, non uno di razza come quello che ha quasi staccato la gamba al figlio dei vicini qualche anno fa, no, solo un cane, grosso e peloso di nessuna razza in particolare. Le sere tornavo a casa dopo il volontariato in parrocchia e gli dicevo sempre: sei proprio il mio canone di bellezza, e ridevo per la mia battuta ma lui se ne stava fisso impalato a guardarmi con la lingua penzoloni con l’aria di uno che non ha capito. O con l’aria di uno che ha una lingua troppo grande per la sua bocca.
Poi è morto, allora ho preso un gatto, ma anche lui non rideva alle mie battute. Gli animali da compagnia mi fanno sentire sola.

Signora Zimmerman

SEGRETARI
Io non ho bisogno di animali domestici, ho Phil, il segretario del mio partito, se glielo chiedessi mi porterebbe anche le pantofole.

Sindaco Edward Kane

SCARAFAGGI
Non ho mai avuto un animale domestico, non esistono animali domestici, avevo solo una teca piena di scarafaggi rari quando avevo quindici anni. Passavo interi pomeriggi a fissarli, gli avevo dato i nomi delle attrici dei film porno che guardavo. A quei tempi non consideravo strano chiamare Jessica una blatta e quando invitai a casa una mia compagna di classe per farglieli vedere pensavo che avrei fatto colpo. Lei scappò da camera mia con tanta velocità che mi sembrò quasi che ad un certo punto fosse in due punti diversi, era in piedi in camera mia con lo sguardo inorridito e allo stesso tempo stava correndo nel vialetto davanti casa verso la strada, ma so che non è possibile e che è stata solo un illusione della mia mente. Il giorno dopo frantumai la teca in giardino e rimasi in piedi a guardare Jessica, Noemi, Tabitha, Angelica e le altre sparire nella terra scura. Le mie mani tremavano.

Eugene Victor

ORSETTI RUSSI
I miei non mi hanno mai preso un gatto per paura della toxoplasmosi, ma ho avuto un orsetto russo quasi ogni due anni, perché gli orsetti russi muoiono. Muoiono anche i gatti certo, ma con meno frequenza. I miei non hanno mai calcolato gli effetti che questo avrebbe avuto sul mio sviluppo emotivo. Dopo la morte di Tolstoj avevo pregato mia madre tutto il giorno perché mi comprasse un abito da cerimonia e una bibbia, ma lei è stata irremovibile, diceva che era una cosa stupida, che Tolstoj ormai era in paradiso e dovevo farmene una ragione. So che si è pentita di questa scelta quando mi ha visto in piedi nell’orto dietro casa vestito da uomo fiamma con in mano il manuale sulla riproduzione sessuale dei tritoni. Sono sicuro che ha pianto la sera da sola con la testa tra le mani appoggiata sul tavolo di cucina.

Vincent Freeman

CANI CARLINI
Io ho un cane Carlino, cioè, non che l’abbia scelto io, me lo hanno affidato gli editori di questo blog, mi tratteggiano male, mi fanno fare politica anche se non ci capisco niente, mi fanno parlare d’immigrazione, mi fanno parlare di grandi temi, ma io ero solo la commessa della Pennuti e Piumati, avrei dovuto capirlo che quella scena di sesso orale con il Sindaco Kane mi sarebbe costata cara. Come quale scena? Non l’avete vista? E’ impossibile, mi avevano assicurato che sarebbe stata una scena madre, l’abbiamo girata 76 volte, ho avuto la mandibola indolenzita per giorni.
Cristo, odio la produzione,mi fanno passare sempre per stupida, ora si sono inventati anche questi occhiali con la montatura spessa da Nerd che vanno tanto tra i giovani. Insomma, non sono mica una ragazzina, e odio il mio cane carlino, è roba da artisti frustrati.

Gertrud

FIGLI E TRITONI
– Noi volevamo un cane, ma poi è nato nostro figlio Vincent, all’inizio le cose sono andate normalmente, poi ha iniziato a comportarsi stranamente, s’interessava a cose bizzarre, non era come gli altri bambini, un giorno quando aveva sei anni si è vestito da agente segreto e ha scavalcato la staccionata dei vicini, un rottweiller gli ha praticamente disossato la gamba. Te lo ricordi amore?
– Certo, non è più stato lo stesso da quel giorno, il rottweiller intendo, poi alla fine hanno dovuto sopprimerlo, mi è dispiaciuto tanto
– Amore? Si certo, anche per Vincent, ma tanto non sarebbe mai diventato un campione nello sport e quella cicatrice è l’unica cosa che potrebbe fargli prendere qualche punto con le ragazze
– Lo scusi, lo so, sembriamo cinici lo capisco, ma il punto è che nessuno vorrebbe avere un figlio che per natale ti chiede un libro sulla riproduzione sessuale dei tritoni, lei lo vorrebbe?

Signore e Signora Freeman

PESCI ROSSI
Avevo un pesce rosso, cioè, avevo tutta una serie di pesci, ma a me interessava solo quel pesce rosso. Era bello, me lo aveva regalato mia madre. Un giorno l’ho trovato fuori dall’acqua, morto. Non ho mai capito come ci sia arrivato, ma era fuori dall’acquario sul mobile del salotto. Il suo corpo rosso sembrava meno rosso sullo sfondo marrone della cassettiera. Chissà per quanto era rimasto vivo prima di finire tutta l’aria e morire.
Avevo 14 anni e mia madre era morta due anni prima, odiavo le cose che avevano una fine, non riuscivo a sopportarlo. Lei riesce ad accettare la fine delle cose che la circondano? Non la fanno impazzire le cose che si sciupano, le foto che ingialliscono, i giornali che invecchiano, i cd che si graffiano.
Lei riesce a tenere la testa fuori dal fango?
Ok, non stiamo parlando di questo, giusto.

Elisewin Richmond

Pubblicato da: Sadugo | 22 settembre 2012

Le ragazze con la divisa Vincent Freeman

– e quindi lei ha creato la terra?
Dio annuì imbarazzato, dopotutto era uno piuttosto timido e durava molta fatica a mostrarsi e mettersi in luce per prendersi i meriti che gli spettavano.
– una cosa che in effetti fa colpo su un curriculm, non è da tutti no?
Disse il direttore della Pennuti e Piumati da dietro la scrivania con una leggera inflessione d’intesa.
– vedo anche che ha anche organizzato tutta questa faccenda del tempo
– si, mi piace molto organizzare
Disse Dio cercando di avere un tono deciso, così gli avevano detto di fare quando si era dovuto rimettere in gioco e cercarsi un nuovo lavoro ma in realtà lui era un tipo da dietro le quinte, uno da retroscena.
– sbaglio o non ha competenze informatiche certificate?
Dio scosse la testa e si chiese se fosse stato il caso anche di menzionare la faccenda del diluvio universale ed essere sinceri fino in fondo. Non gli piaceva tutta questa storia dei curriculum e la sensazione di pavoneggiamento che provava ogni volta ad un colloquio di lavoro. Non era roba per lui.
– ma in fondo qua alla Pennuti e Piumati non è che usiamo molto i computer
Dio sorrise e rimasero in silenzio per un po’.
– comunque, glielo devo dire, proprio una sfiga la sua sa?
Dio non lo sapeva, così si ritrovò sulla faccia un punto interrogativo.
– no dico, avere 42 anni, è proprio una sfiga
Non era poi così male pensò Dio, perchè veramente gli piaceva quell’età, sentiva che i suoi pensieri erano meglio di quelli di qualche anno prima, sentiva che si era lasciato alle spalle certi tormenti esistenziali che lo avevano portato a combinare guai come il diluvio universale e le carestie ma che allo stesso tempo non era ancora appagato dalla vita, era l’età giusta penso Dio sorridendo.
– c’è poco da sorridere
Disse il direttore della pennuti e Piumati.
– se aveva 35 anni la potevo assumere con gli incentivi per i giovani, se ne aveva 45 con quelli per i casi umani che sono rimasti fuori dal mercato del lavoro, con 42 non ci posso fare niente, mi toccherebbe assumerla normalmente
– e non rientra nei suoi piani scommetto?
– …
– assumere normalmente intendo
Dio ebbe un tono leggermente sarcastico, non era a suo agio, non aveva ben capito come si fosse ritrovato a fare domanda per quel posto di lavoro e farsi umiliare da un tipo affetto da iperidrosi. Dio certe volte aveva pensieri rancorosi e violenti, nonostante i 42 anni, e quando questo accadeva provava paura.
Poi si squadrarono per qualche secondo, il direttore della Pennuti e Piumati si sentiva addosso un aria sudaticcia e anche un po’ arrogante, ma la cosa non sembrava turbarlo, ci stava bene in quei panni, erano i suoi, erano quelli di chi aveva il lavoro dalla parte del manico. E poi odiava tutta la farsa dei colloqui, tanto avrebbe assunto la figlia del cugino dell’amica di Gertrud, si chiedeva chi cazzo glielo facesse fare di perdere tempo ad ascoltare tipi bizzarri che credevano di avere dei curriculum impressionanti. Un po’ addirittura li disprezzava per tutta quella storia del pavoneggiamento. Ho studiato qui, ho lavorato li, ho fatto un master lassù, tutte cazzate.
– comunque no, non è nei piani di nessuno assumere normalmente, non qua a Blueville
– ….
– aspetti, aspetti, ma lei, lei, uh uh!
Esclamò emozionato facendo brillare centinaia di goccioline di sudore sulla sua fronte il direttore della pennuti e Piumati.
– ho capito chi è lei, lei assomiglia al Sindaco Kane, non è che è suo parente
– no, sono Dio, non ho parenti
– uhm
Sbottò deluso.
– questo non la aiuta, lo sa vero?
– ma scommetto che i miei Natali sono migliori dei suoi
– ….
– ….
– lo sapevo
– sapeva cosa?
Dio si stava innervosendo.
– il sarcasmo, siete tutti così
– siamo?
– si voi giovani
– ho 42 anni
– e scommetto che pensa di aver il diritto di avere una chance
– ….
– che è arrivato il suo momento, che basta stare a bordo campo a guardare, scommetto che ogni giorno dice almeno una volta la parola generazione, o per criticare la mia o per piagnucolare sulla sua
-potrebbe risparmiarmi la lezione di vita?
Dio si stava calmando, pensò.
– già, dimenticavo, voi siete stati a scuola, non avete bisogno di lezioni
Dio vide se stesso saltare alla gola del direttore della Pennuti e Piumati e aprirgli la testa come una melagrana colpendolo ripetutamente con il tagliacarte a forma di canarino che aveva di fronte a lui sulla scrivania, no, non si stava calmando ripensandoci bene. Pensò a tutti i fedeli clienti della Pennuti e Piumati che quel natale avevano ricevuto quel fermacarte vagamente fallico e riuscì a trattenersi.
– e poi, voglio essere sincero con lei, ha l’aria un po’ troppo tirata e nervosa, non troverà mai nessun lavoro se non sorride un po’
Ora le alternative nella testa di Dio erano diventate due, ucciderlo o chiedere alla commessa con gli orecchi a sventola che aveva visto all’entrata di andare al cinema e mangiare un gelato insieme. Ucciderlo gli sembrava tutto sommato una buona idea, ma ci sarebbe stato da ripulire il sangue e sistemare il corpo da qualche parte e poi tutte le volte che uccideva qualcuno veniva fuori una storia da gestire che durava millenni, insomma, ancora si parlava di quella testa di cazzo di Abramo che aveva ucciso suo figlio e poi gli aveva dato la colpa, no, non era il caso di ucciderlo concluse rammaricandosi. Pensò alla commessa fuori dall’ufficio, da quale parte nel negozio, al fatto che le ragazze in divisa lo facevano impazzire, al suo sorriso d’estate, ai suoi capelli che scappavano da dietro i suoi orecchi a sventola sfiorandole gli occhi. A come lo aveva guardato quando si era presentato per il colloquio. L’idea del gelato gli piaceva, non era niente d’impegnativo, due passi, fermarsi su una panchina, parlare dei propri gusti musicali, ridere dei passanti, cercare in silenzio nuovi argomenti per non annoiarla, ridere e poi accompagnarla a casa e tornare da solo mentre si faceva sera. Ma l’ultima volta una cosa del genere non era riuscito a gestirla, l’ultima tipa con gli orecchi a sventola di cui si era innamorata era rfimasta incinta al primo appuntamento ed era successo un mezzo casino, no, si disse con gli occhi lucidi, no.
– forse è ora che vada
Disse al direttore della Pennuti e Piumati alzandosi un po’ goffamente.
– si devo proprio andare
– ….
Dio uscì dal negozio, l’odore di mangime per uccelli lo colpì allo stomaco, aveva quasi voglia di vomitare, si appoggiò a un auto parcheggiata, respirò, respirò, respirò.
Poi prese la bici per andare a vedere un film al cinema.

Vincent Freeman

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