Pubblicato da: Sadugo | 9 marzo 2010

L’AMORE E’ UN SURGELATO VINCENT FREEMAN

“Dio, ti prego, fa cadere la pioggia oggi pomeriggio, falla cadere prima che puoi.”
Pensò dentro di se Vincent, mentre in piedi davanti alla finestra del soggiorno guardava le nuvole addensarsi dietro il tetto del garage. C’era una strana luce per essere le tre del pomeriggio, l’aria sembrava carica di elettricità, da un momento all’altro sarebbe arrivato il temporale.
Lo sguardo di Vincent scivolò giù dal garage sopra la staccionata verde, aveva dovuto dipingerla di nuovo questa estate ed ora che era inverno si sarebbe sciupata di nuovo. Pensò che fosse una cosa inutile darsi tanto da fare, suo padre ogni agosto gli dava pochi spiccioli per un lavoro da schiavo. Ma questo agosto non sarebbe andata cosi, Vincent aveva in mente un piano e quel piano non prevedeva staccionate da ridipingere o erba da tagliare. Pensò a suo padre, al terrore che provava quando lo sentiva rientrare la sera tardi. Il rumore della macchina nel vialetto, il clic del freno a mano, lo sbattere dello sportello. Poi la porta di casa che si apriva e si richiudeva, passi lenti e irregolari sulle scale, infine le grida soffocate di sua madre da dietro la parete.
“Non farò la tua stessa fine stupido ciccione, non finirò in una merdosa fabbrica ad avvitare bulloni. E non passerò la mia vita nel bar in fondo la strada a stordirmi di birra. ”
Vincent ricordava ancora lo sguardo di suo padre quando gli disse che sarebbe andato al college a studiare arte, era uno sguardo divertito, uno sguardo sarcastico e tagliente. Lo aveva memorizzato, impresso sulla parete della sua mente, e giurato che gliela avrebbe fatta pagare. Prima o poi.
“Cosa aspetti a far piovere? Fai scendere quelle nuvole dalle montagne, falle arrivare fino qui. Qui sopra la mia casa. Elin sta per arrivare, ed io voglio restare chiuso con lei, chiuso nella mia stanza con lei.”
Disse dentro di se, poi fece scivolare lo sguardo sopra le foglie marroni che ricoprivano il giardino, sulla pompa celeste che sua madre usava per annaffiare, poi si soffermò per qualche istante sul cadavere della sua vecchia bmx , infine mise a fuoco il proprio riflesso nel vetro. Guardò i suoi orecchi a sventola, gli erano valsi il soprannome di Vincent coppa del mondo, erano anni che i ragazzi più grandi gli arrivavano senza preavviso alle spalle e lo afferravano per gli orecchi gridando, sono il campione! Guardò il riflesso della montatura d’orata degli occhiali, le lentiggini che ricoprivano il suo viso, un viso da topo. Poi sorrise, amaramente, e il metallo dell’apparecchio apparve nel riflesso.
“Ti diverti a fare delle persone come me? Di la verità, lo trovi eccitante? Ti piace vedermi mentre mi torturano nei corridoi della scuola, mentre mi picchiano nei cessi? Scommetto che ti fai delle grandi risate alle loro battute. Sono il tuo topo da laboratorio, scommetti con i tuoi amici quanto resisterò ancora, vero? Ti fai passare per uno caritatevole, racconti le tue novelle e la gente ti crede, sei riuscito a prenderli tutti per il culo.”
L’immagine di lei apparve nel riflesso senza preavviso, lui le guardò il seno nudo, carezzo con gli occhi la pelle liscia delle sue gambe.A volte pensava di amarla, altre pensava che fosse qualcosa di diverso, qualcosa di più sottile, qualcosa che si era insinuato sotto la sua pelle un pomeriggio d’inverno e non se n’era più andato. Era qualcosa che si era travestito da amore, una maschera di carnevale fatta di carezze e affettuosità che nascondeva qualcos’altro. “Questa ossessione mi distruggerà ed io non voglio essere distrutto”, scrisse un giorno nel suo diario.
– e ora che vada-
Disse lei stringendolo a se,Vincent sentì la forma del suo seno contro la schiena e sentì il bisogno di baciarla. Ma disse soltanto.
– vorrei che tu non andassi-
– lo vorrei anch’io-
Vincent si voltò ma alle sue spalle c’era solo la stanza vuota, il divano di pezza, il mobile pieno di fotografie di famiglia. Gente che Vincent non aveva neanche mai visto, parenti che avevano la stessa faccia spregevole di suo padre. E suo padre era li che sorrideva, proprio sopra la tv, con in mano il suo trofeo del torneo di biliardo e la sua espressione da ubriaco fallito.
Il rumore di un auto nel vialetto, Vincent rimase in silenzio ad ascoltare i movimenti, sentì dietro la porta che qualcuno che esitava.
“Suona quel campanello, andiamo.”
L’eccitazione cresceva dentro di lui e nei suoi pantaloni.
Passarono alcuni secondi di silenzio, Vincent era in piedi nel centro della stanza che aspettava.
“Suona quel maledetto campanello, per Dio.”
Il campanello suonò e lui aprì la porta esitando.
– e che cazzo, il bofrost no!
Disse Vincent Freeman imprecando.

Vincent Freeman

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Responses

  1. al massimo può consolarsi con il gelato cioccomenta! per raffreddare i bollenti spiriti 😀

    • la cosa potrebbe causargli anche problemi, pare che cioccolato e menta insieme siano afrodisiaci 😉

  2. 😀


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