Pubblicato da: Sadugo | 10 marzo 2010

E’ NATALE VINCENT FREEMAN

A BlueVille era la vigilia di Natale e il piccolo Vincent Freeman quella notte si era svegliato all’improvviso con l’anima un po’ inquieta.
Dopo aver fissato per qualche secondo il soffitto si era avvicinato alla finestra della sua camera, fuori sembrava che qualcuno avesse rubato tutte le luci, lui aveva sfregato più volte il vetro con la manica del suo pigiama ma niente, fuori non c’era neanche una stella.
E ora se ne stava pensieroso in piedi ad ascoltare il vento passare tra gli spifferi del vetro e la pioggia cadere sul tetto del capanno degli attrezzi in giardino.

– Vincent?
Lo aveva chiamato suo padre quella sera appena avevano finito di vedere il film in tv, il piccolo Vincent aveva avvertito nel tono della voce qualcosa di diverso dal solito, all’inizio aveva pensato che fosse stata solo un po’ di commozione dovuta al film, ma poi suo padre aveva aggiunto.
– ti devo parlare prima che tu vada a letto
Vincent si era messo a sedere per bene, era preoccupato ma non voleva darlo a vedere.
– non è facile quello che sto per dirti, sono giorni che ci penso e…insomma, è la vigilia di Natale e non voglio rovinarti la festa ma
– ….
– ….
– sai quanto ci tengo al Natale, vero?
Il piccolo Vincent Freeman annuì, non capiva dove suo padre stesse andando a parare ma si sentiva strano.
– insomma, non è un periodo facile, a lavoro le cose non vanno benissimo
– ….
– niente di cui devi preoccuparti
– ….
– davvero
Ma il piccolo Vincent Freeman era già preoccupato, solo che era troppo piccolo per ammettere una cosa cosi da adulto, allora aveva cominciato a giocare nervosamente con un filo che spuntava dalla vecchia coperta, mentre fuori il vento ogni tanto faceva vibrare i vetri della finestra.
– quest’anno hai scritto a Babbo Natale Vincent?
Annuì.
– hai fatto bene
– ….
– posso chiederti cosa gli hai chiesto?
– ….
– se è un segreto non importa
Vincent scosse la testa, e debolmente disse
– ho chiesto il camion dei pompieri
Suo padre sorrise, poi spegnendo la tv disse.
– pensi di trovarlo domani mattina?
– ….
– voglio dire, pensi di essere stato abbastanza bravo da meritarlo?
Il piccolo Vincent ci pensò su qualche secondo, in effetti non aveva pensato prima di scrivere la lettera se quell’anno meritasse o meno un regalo cosi bello. Cosi non disse niente, alzò le spalle sperando di si.
– già, non è mai facile saperlo
– ….
– comunque volevo dirti che quest’anno non riuscirò a farti nessun regalo
– ….
– non ci sono abbastanza soldi
Il piccolo Vincent Freeman stava quasi per mettersi a piangere.
– mi spiace Vincent ma dovrai accontentarti del regalo di Babbo Natale
– ….
– ho voluto dirtelo ora perchè non volevo che domattina non trovando il mio regalo sotto l’albero ci rimanessi male
Annuì trattenendo le lacrime, non voleva dargli un dispiacere, cosi balbettò qualcosa, disse che non importava e si rimise a giocare col filo della coperta. Suo padre lo guardò in silenzio per qualche secondo, poi sbadigliò rumorosamente, faceva sempre cosi quando voleva spedirlo a letto, allora Vincent si alzò e gli diede la buona notte.
Aveva cominciato a salire le scale ma suo padre lo richiamò.
– Vincent?
Lui s’immobilizzò a metà scalini.
– sono sicuro che riceverai il tuo camion dei pompieri domani mattina
– ….

Nello stesso momento la Signora Zimmerman seduta da sola in salotto guardava il suo gatto giocare con il nuovo topo di pezza che gli aveva appena comprato, la televisione era accesa su un vecchio film natalizio con un nero e un bianco  mentre il bollitore sbuffava ormai da diversi minuti.
– non mi hai fatto un regalo nemmeno questo natale
– ….
– stupido gatto
– ….
– sono anni che ti mantengo, sei diventato grasso come un maiale scozzese
– ….
– alla tua età io già lavoravo nei campi, mi guadagnavo da vivere, e tu? nulla, zero, niente. Dormi tutto il giorno e la notte te ne vai in giro per il quartiere
– ….
– e non fare il finto tonto, guarda che lo so cosa fai quando te ne vai in giro di notte, pensi che non lo sappia? Avrai messo incinta decine di gatte da quando sei nato.
– ….
– si si, gioca con il tuo stupido topo di pezza
– ….
– vedrai che uno di questi Natali ti regalerò un doberman

Elisewin invece si era addormentata da diversi minuti sdraiata sulle sedie della sala d’attesa, erano mesi che facevano avanti e indietro dall’ospedale. All’inizio le era sembrato un luogo freddo, non si sentiva a suo agio la dentro e ogni volta sentiva il suo stomaco chiudersi e la testa farle male. Poi giorni e settimane erano passate, e anche quelle seggiole scomode, quelle pareti azzurrine e quell’odore di disinfettante le era diventato familiare.
Cosi, a volte, riusciva perfino ad addormentarsi mentre aspettava l’ora per andare a trovare sua madre, ma era un sonno leggero, quasi sempre privo di sogni.
Quella sera erano arrivati molto in anticipo, volevano farle una sorpresa ma i dottori non li avevano fatti passare, cosi se ne stavano da ore fermi in sala d’attesa, ogni tanto le porte si aprivano facendo entrare il gelo della notte e qualche infermiera uscita per fumare, mentre suo padre era in piedi da ore davanti alla finestra.
Non aveva detto una parola da quando erano arrivati.
E quando la porta aveva sbattuto un po’ più forte Elisewin aveva aperto gli occhi senza alzarsi, era rimasta sdraiata a guardare sul pavimento  il riflesso della stanza, il riflesso del distributore di caffè e quello di un infermiera che si era avvicinata a quello di suo padre. I riflessi si erano guardati per qualche secondo, poi quello dell’infermiera aveva messo una mano sulla spalla del riflesso di suo padre che aveva lasciato cadere un giornale che teneva in mano da ore senza averlo nemmeno aperto.
Poi i riflessi si erano allontanati, la porta aveva sbattuto nuovamente, gelo, odore di caffè e sigarette, di nuovo silenzio.
Erano rimasti soli.
Il riflesso di suo padre si era passato le mani tra i capelli e sospirando aveva raccolto il giornale da terra, poi aveva mosso i primi passi verso Elisewin.
Lei chiuse gli occhi.
Il riflesso si fermò.
Elisewin stava tremando.
Lui aveva fatto per andarsene.
Lei stava quasi per alzare la testa ma il riflesso si fermò nuovamente, lei strizzò gli occhi più forte che poté sperando che non dicesse niente.
– Elisewin?
– ….
– Elisewin, ha smesso di respirare

Nello stesso momento il piccolo Vincent Freeman nella sua stanza continuava a guardare fuori dalla finestra, ripensava a quello che gli aveva detto suo padre, al camion dei pompieri, a quando aveva rubato le caramelle al supermercato, a quando aveva pisciato nei fiori della Signora Zimmerman chiedendosi se erano cose gravi da fare. Pensò che non fosse una cosa giusta, essere bravi o cattivi, cosa voleva dire? Babbo Natale avrebbe dovuto fare una lista di cose, essere più preciso, non era giusto che lasciasse milioni di bambini nell’incertezza più assoluta.  Era come se qualcuno avesse inventato un gioco dove nessuno poteva conoscere le regole. Che senso aveva?
Poi sentì dei rumori venire dal piano terra:
Babbo Natale, pensò, devo dirgli questa cosa delle regole per il prossimo anno.
Corse alla porta e la aprì lentamente infilando la sua testa tra il muro e il legno, c’era una luce giù in salotto, tornò al letto tutto emozionato per prendere le pantofole e poi corse alle scale cercando di fare meno rumore possibile. A metà scale si fermò aggrappandosi alla ringhiera, da li non si vedeva tutto l’albero ma era possibile vedere i regali sotto senza essere visti.
Non c’era nessuno, ma la luce era accesa, aspetto qualche secondo, poi vide un ombra avvicinarsi.
Fece per scendere le scale, stava quasi per chiamarlo ma poi vide i pantaloni di suo padre avvicinarsi all’albero. Rimasero fermi per un po’ e poi appoggiarono in terra un pacco grande abbastanza per contenere un camion dei pompieri.
Restò qualche secondo a guardare, poi in silenzio tornò in camera sua a fissare pensieroso il soffitto.

Vincent Freeman

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