Pubblicato da: Sadugo | 22 marzo 2010

UN PESCE DI NOME VINCENT FREEMAN

Vincent lasciava ciondolare i suoi piedi nell’acqua dal bordo vasca.
Avanti indietro.
Destra sinistra.
Ogni tanto un cerchio distratto e nemmeno troppo preciso.
Ma niente di più.
Cosi senza nessun entusiasmo si apprestava all’ennesima, inutile, lezione di nuoto.
Sua madre aveva insistito tanto per farlo iscrivere, dopo milioni di fragili ragioni aveva detto convinta.
– pensa se Di Caprio avesse saputo nuotare, forse oggi avrebbe fatto Titanic 2
Vincent avrebbe voluto obiettare che Di Caprio non era morto per le scarse capacità natanti ma perchè l’acqua gelida lo aveva trasformato in una granita bionda, infatti in The Beach sapeva nuotare benissimo e poi molto probabilmente non avrebbe mai accettato di fare un sequel. Non sembrava proprio il tipo da fare il seguito di qualcosa.
E poi mamma,
avrebbe voluto dire, sono anni che mi sfrangi i coglioni col fatto che i film non sono la vita vera, che devo uscire ogni tanto, che Winona Ryder non può essere la mia vera ragazza e che non mi assumeranno mai nel pronto soccorso di Chicago insieme a George Clooney e ora mi vieni a dire che se fossi Di Caprio la penserei diversamente sul nuoto? E poi mamma, scusa se te lo dico, ma se fossi Di Caprio non avrei certo problemi ad andare in una piscina dove non ti fanno mettere il costume a pantaloncino ma ti obbligano a portare degli strimizziti slip per questioni di igiene. Igiene di chi poi? Ne vogliamo parlare? Mi sentire molto più al sicuro, iginicamente parlando, se non ci fossero tutti quei cosi a stretto contatto con l’acqua che poi va a stretto contatto con la mia faccia. Insomma, se fossi Di Caprio cara mamma il mio rapporto col mondo, con l’acqua, ma soprattutto coi costumi e le ragazze sarebbe ben diverso e...
– Vincent?
– si?
Rispose lui distrattamente.
– tocca a te…
Toccava a lui, cosi risucchio ogni briciolo di motivazione disponibile nel suo organismo, che non era proprio tanta, ma si fece forza e scelse dalla sua Playlist mentale Just dei radiohead per caricarsi e si tuffò. Le sue gambe mulinavano velocissime, sentiva i muscoli delle cosce tirati e esplosivi, i suoi piedi spostavano litri d’acqua. Davanti le braccia avevano l’apertura di aquila reale, erano forti, coordinate, ad ogni giro sentiva le scapole premere contro la sua pelle e i suoi muscoli diventare sempre più potenti.
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Aria.
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Aria.
Era un pesce, ma non un pesce lesso come si sentiva sempre, era un pesce bello e forte, era un Di Caprio ittico, aveva squame bionde e branchie azzurre, un principe azzurro su un cavalluccio marino bianco. La sotto era un mondo perfetto, le sirene gli facevano occhi da triglia e le triglie erano belle come sirene, i pesci gatto vivevano in pace coi pesci cane, le alici guardavano nel sole mentre il sole faceva l’amore con la luna, si sentiva un re.  Era il Re dell’oceano. Se Mich Biuchennon fosse stato li coi suoi pettorali e il suo costume rosso gli avrebbe fatto una emerita sega.
Ma quando riemerse con l’acqua che scorreva sui suoi muscoli ancora provati per lo sforzo e il fiatone, che però non era affatto grande ma corto e esile, era più o meno a due metri e 16 dal bordo. Forse due e 17.
E intorno non c’erano sirene con occhi da triglia ma stupide e stupidi preadolescenti ridacchianti.
E la sua insegnante che gridava disperata.
– anche meno Vincent, anche meno

Vincent

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