Pubblicato da: Sadugo | 2 aprile 2010

NON ESISTE UNA CURA VINCENT FREEMAN


Vincent Freeman se ne stava seduto sul divano, come spesso gli capitava, telecomando in una mano e l’altra libera per grattarsi assecondando le richieste pruriginose del suo corpo.
Aveva zappingato per qualche minuto, poi aveva deciso di approfondire la situazione politica del suo paese e si era soffermato su Anno Zero, era interessato, come sempre.
Aveva le sue opinioni e non erano per niente ottimistiche, e nemmeno un po’ rappresentate, ma le aveva e se le teneva strette cercando di cambiarle in meglio. Non voleva essere un invasato convinto di avere la verità, era aperto a farsi convincere.
Cosi sullo schermo era apparso Beppe Grillo, un comico che si ricordava di aver visto da bambino a uno spettacolo, di quella sera si ricordava soprattutto di aver sfrangiato i coglioni dei suoi genitori perché lo spettacolo non lo stava divertendo affatto. Voleva andarsene.
Adesso lo riguardava, ogni tanto gli scappava qualche risata, ma niente di più.
Poi l’inquadratura cambia, la folla, che urla, incita, s’infiamma al grido di “ladri” e “puttane”, ogni grido un boato, un applauso. Vincent Freeman non sa che fare, ridere è fuori luogo, anche se alcune cose dette sembrano comiche, il modo in cui vengono dette non lo diverte. Eccitarsi e incattivirsi, urlare anche lui, no, non è il caso. Prima di tutto perché è su un divano e si sentirebbe un idiota e poi perché le folle lo hanno sempre impaurito. Certo non tutte, non le folle dei concerti, non le folle del Gay Pride, non le folle che si riuniscono intorno a dei principi e a favore di diritti e libertà. Ma le altre, le folle rabbiose, con la schiuma alla bocca, quelle folle che si riuniscono e si eccitano davanti a slogan violenti, quelle no. Quelle lo spaventavano, lo mettevano a disagio.
Anche allo stadio si sentiva spesso a disagio nonostante fosse un tifoso più che invasato.
E c’erano state nella sua vita tante altre volte in cui il desiderio di distinguersi dalla folla lo aveva sopraffatto.
Si ricordava un episodio in particolare, si ricordava di non aver applaudito come tutti gli altri spettatori alla fucilazione dell’Ufficiale nazista interpretato da Ralph Fiennes in schindler’s list. La cosa lo aveva sconvolto, non ce l’aveva fatta, anche se quel personaggio lo aveva odiato con tutto il cuore, un applauso gli era sembrato fuori luogo.
Aveva sentito il bisogno di tracciare un confine tra lui e il male, e se applaudiva e si eccitava per un impiccagione, il confine diventava labile, quasi invisibile. Nonostante l’impiccato fosse il peggior essere umano sulla faccia della terra.
Era sollevato per la fine della violenza in quel film, ma non era felice, non era eccitato e divertito per l’esecuzione di un nazista.  Pur non essendo, nel modo più assoluto, un nazista.
Aveva 16 anni, e si era sentito diverso, distante, solo.
Non lo era, probabilmente altri nella sala non stavano applaudendo, ma la maggioranza di urla e applausi lo atterriva.
E adesso, nulla di quello che accade in Italia gli piace, ma non ci riesce, nemmeno stavolta.
Non ce la fa a mettersi a urlare e incitare un folle, anche se alcune delle cose che dice sono sacrosante, anche se molte delle cose che denuncia sono disgustose.
Non ci riesce.
Gli sembra che tutto faccia parte di una malattia, Beppe Grillo come Berlusconi, ma non è l’anticorpo che arriva nell’organismo stremato a salvarlo, no, è un altro sintomo, un ulteriore segno di decadimento e infezione.
Ci vorrebbe qualcuno che tracciasse una linea, tra il paese infetto e il paese ancora sano, qualcuno che tracciasse una linea che non è violenta, volgare, antidemocratica e ambigua come la parte malata.
Qualcuno che portasse dei valori, primo tra tutti la dignità e la forza delle proprie idee.
Qualcuno che trovasse un modo giusto, diverso dai comizi di Borghezio e Calderoli in cui il nemico è un altro, certo, ma le parole, la schiuma alla bocca, le grida, le vene del collo gonfie, le folle eccitate sono le stesse.
Ha la nausea del genere umano.
Vuole distinguersi.
Cosi rimane seduto sul divano, in silenzio, come era rimasto seduto sulla sua poltroncina al cinema.

Vincent Freeman

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