Pubblicato da: Sadugo | 9 aprile 2010

NON PREMERE PLAY VINCENT FREEMAN

Si può ascoltare una canzone una cinquantina di volte nell’arco di una giornata? Si chiese Vincent Freeman scegliendo nuovamente dall’infinita playlist del suo Ipod “My drugs buddy” di Evan Dando.
Si.
Era la risposta.
Si.
E ancora si per una cinquantina di volte.
E ci si può finire dentro con tutti i vestiti, come se note e parole fossero una specie di mare in cui fare il bagno.
O andare a pesca di pensieri e ricordi.
La canzone inizia, primi accordi di chitarra, quelli classici del rock, partenza in Re e passaggio con anticipo in levare sul Mi minore.
Brividi sulla pelle.
Primi ricordi in superficie.
La macchina parcheggiata, lacrime sui finestrini, lacrime sulla pelle, lei che ha orecchi a sventola e occhi incerti, lei che dice.
– forse è meglio chiudere qui
Fuori la pioggia.
Certo.
Fuori, ma anche dentro, pensieri fradici, zuppi, pensieri che hanno bisogno di un asciugamano caldo e una stanza accogliente o  almeno un ombrellino bucato. Pensieri che diventano domande impaurite.
– chiuderla qui in che senso?
Risponde balbettando.
– in ogni senso
Risponde Elisewin mentre il suo viso si riflette sul finestrino, oltre di lei il parcheggio deserto.
E la pioggia.
La canzone che ripete.
There’s still some of the same stuff we got yesterday
There’s still some of the same stuff we got yesterday
There’s still some of the same stuff we got yesterday

Ma invece non sembra esserci niente di quello che c’era stato ieri.
Elisewin sta tremando, i finestrini si appannano, la musica porta pensieri in profondità, giù nel mare di note e parole. Vincent è solo seduto sul divano con le sue cuffie, Vincent è seduto in macchina e sente che tutto sta andando in pezzi. Non capisce, il giorno prima era il suo rifugio e adesso, all’improvviso, la guerra.
Non ha armi.
Non le ha mai avute.
Io sono stato anche troppo da solo con me stesso, io voglio essere qualcun altro,
vorrebbe dirle. Nemmeno qualcuno di speciale, qualcuno di più semplice, di meno complicato Qualcuno di diverso.
– io…
Dice lei facendo sparire le parole.
– …..
– io non so come vanno certe cose
Riprende, singhiozzando.
– ma certi giorni, giorni come questi, vedi?
Dice indicando la pioggia e tutto quello che viene dopo il finestrino.
– io vorrei semplicemente essere meno complicata, meno difficile. Vorrei essere un problema con una soluzione semplice, banale, perfino stupida.
– ……
– sai, certa gente sa essere complicata in modo affascinante, gente che…non so, persone che vorresti risolvere, ogni giorno, notte dopo notte. Come cubi di rubik con cui non riesci a fare a meno di giocare. Poi ci sono quelli come te e me. Tutta un altra storia Vincent
– …..
– io e te siamo praticamente irrisolvibili, talmente difficili da essere noiosi. Io e te siamo come quei giochi in scatola che i bambini scartano prima di giocarci, quelli a cui nessuno gioca perchè il libretto delle istruzioni da se mette spavento. Giochi noiosi, per niente attraenti.
Poi Elisewin tirò su con il naso, si sistemo i capelli dietro i suoi orecchi a sventola con le mani che tremavano un po’.
– Vincent, io voglio un cubo di rubik colorato, non voglio un fottuto gioco di ruolo di cui non si capisce niente
E usci dalla macchina, sparendo nella pioggia.
I’m too much with myself,
I wanna be someone else.

I’m too much with myself,
I wanna be someone else.

I’m too much with myself,
I wanna be someone else.

Ripeteva la caznone.
Vincent era di nuovo sul divano.
Qualche secondo di silenzio.
Un po’ di autocommiserazione.
Poi.
Premette nuovamente play, e tutto ricominciò da capo.
Re, passaggio in anticipo sul Mi minore.
Brividi sulla pelle.
La macchina nel parcheggio.
La pioggia.
Orecchi a sventola e pensieri zuppi.
– Io non voglio un fottuto gioco di ruolo

Vincent Freeman

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