Pubblicato da: Sadugo | 11 maggio 2010

VABBE’, VINCENT FREEMAN

Il sole era spuntato nuovamente quel giorno e Vincent Freeman se ne rammaricava come ormai da un po’ di tempo a questa parte, faceva caldo e lui odiava il mare.
Il cielo sembrava un telo di nylon sbiadito senza nemmeno una piega e Vincent stava cercando di difendersi dal chiacchiericcio dei bagnanti con un po’ di musica in cuffia.
Era ufficiale, pensò mentre un gruppo di bambini correndo riempì i suoi occhi di sabbia, odiava il mare e tutto quello che ne faceva parte. Odiava molte cose ma alcune in particolare: l’essere nato troppo presto ed essere diventato adolescente quando ancora la moda dei bermuda da mare non era arrivata e aver affrontato la critica età dei 13 /17 anni con bizzarri slip lucidi e fluorescenti. Odiava dopo il bagno sedersi sulla spiaggia e lasciare che numerosi granelli di sabbia si inoltrassero tra le sue parti intime procurandogli prurito e arrossamenti vari. Odiava avere un fagiolo tra le gambe mentre gli altri sembravano avere ortaggi con ben altre pretese. Odiava le ragazze che lo guardavano sghignazzando e facendolo sentire più uno stercoraro col costume che un essere umano in vacanza. Odiava dover prendere parte alle animazioni forzate del campeggio a cui i suoi zii lo costringevano a partecipare, l’ultima volta aveva recitato la parte di una palma e l’animatore gli aveva detto che forse neanche quella era una parte che rendeva merito alle sue scarse capacità recitative.
Elisewin invece il mare lo amava, certi momenti più di altri, ma il sale che si seccava sulla sua pelle a fine pomeriggio era una sensazione che si avvicinava abbastanza alla sua idea di paradiso. Certo, aveva lottato per ottenerlo, ogni estate era riuscita ad estraniarsi sempre di più per cancellare dalla sua mente gli ombrelloni, le radio sintonizzate male, i ragazzi che la guardavano, gli annunci del bar che avvisavano quando erano pronte le ciambelle e il fritto misto.
Tutto era sparito nella sua mente.
Era rimasto il mare, l’andare e venire delle onde.
Il vento.
Pensieri che affondano, desideri che riaffiorano.
Ogni inverno, e ogni estate.
Guardava Vincent, il pallore della sua pelle, gli occhi socchiusi e la fronte aggrottata, il suo essere fuori posto dove tutti sembravano essere al loro, guardava i suoi costumi fluorescenti che lo facevano sembrare un alieno.
Un alieno dolce e insicuro.
A volte aveva pensato che Vincent fosse nato da un baccello alieno nascosto nella cantina dei Freeman e che loro lo avessero adottato, altre temeva che la nave madre un giorno se lo sarebbe venuto a riprendere. Cosi, dal nulla.
– Vincent?
Disse lei chiamandolo mentre lui se ne stava seduto sul bagna asciuga guardando le onde coprire e scoprire i suoi piedi.
Lui si voltò e la guardò, sorrise.
– ho preso questa per te
Disse lei porgendogli una conchiglia che aveva pescato sul fondo del mare dopo ore e ore di ricerca, aveva colori screziati, riflessi di cobalto e avorio.
– wow, una Crithmum maritimum, detta volgarmente crosta marina!
Disse Vincent tutto eccitato con il suo tono da secchione petulante e fissandosi quella piccola cosa dentro la sua mano, ma quando rialzò la testa Elisewin era sparita.
C’era solo il telo di nylon e la sua fronte aggrottata.

Vincent Freeman

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