Pubblicato da: Sadugo | 18 luglio 2010

CERTE COMPLICAZIONI VINCENT FREEMAN

L’alba fuori, neve che cade appena, respiro che diventa fumo, coi guanti Elisewin cercava di pulire il parabrezza.
Vincent la guardava, la guardava e lo sapeva che non sarebbero andati lontano, ma ovunque per lui sarebbe stato abbastanza.
Pochi giorni prima.
Era pomeriggio, il giorno scivolava dentro la sera e lei era seduta in terra nella sua camera che disegnava buffi sorrisi, poi, uno, due, tre secondi di silenzio e il suo sguardo si fece serio.
Vincent quando ti guardo io lo so che non ti dico tutta la verità, ma tu saresti capace di accettare il fatto che ho voglia di stare con te? Che mi piace quel modo assurdo che hai di sistemarti le camice dentro i pantaloni, le tue scarpe slacciate, i ragazzi della squadra di football che ti prendono di mira, quel tuo balbettare quando parli di cose a cui tieni. No, non lo sapresti accettare, e nessuno saprebbe. E tutto sarebbe più complicato se io decidessi di baciarti sulle labbra.
Vincent guardava fuori, la luce colorava tutto di giallo, gialli i pensieri, gialli i ricordi, giallo anche il sapore delle labbra di Elisewin pensava, ma un giallo diverso, un giallo caldo e rassicurante come il sole delle giornate al mare, giallo come l’autobus delle gite scolastiche in montagna.
Vincent, tutto sta andando a rotoli, io non so che mi succede, l’altro giorno il pastore leggeva la bibbia e io ho creduto che avrei anche potuto crederci, mentre mio padre piangeva e mia madre riposava sotto magnolie profumate di estate, ho pensato che avrei potuto crederci. Ma sai che non succederà.
Perchè so come la pelle delle persone si colora nei corridoi degli ospedali in inverno, so come tutto diventa complicato quando un dottore ti da delle amichevoli pacche sulle spalle, ma mio padre mi prese le braccia e mi strinse a se. Pensai che tutto potesse andar bene. Lo pensai. Ma al mattino l’infermiera venne da noi, sapeva di caffè e alcool, aveva uno strano sorriso autunnale, e io ho capito che non avrei mai potuto crederci, nemmeno per un secondo.

Fuori il cielo era diventato di uno strano color rosato, Vincent sentiva dentro di se il desiderio di chiudere il mondo fuori da quella stanza, restare li anche per tutta la vita, anche senza dire una parola.
Il suo sguardo si posò nel giardino della Signora Zimmerman, il vento aveva buttato a terra i bidoni dell’immondizia, qualcuno avrebbe dovuto rialzarli, cosi, solo perché era giusto che qualcuno lo facesse.
Tumore alle ossa, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altra cosa, e la notte quando ho sentito mio padre far stridere le ruote sul vialetto, ho capito che al mattino tutto sarebbe stato troppo complicato, complicato fare colazione con dei pancake caldi, complicato essere accompagnati a scuola, complicato avere una favola della buonanotte. Complicato, perfino, avere qualcuno con cui non fare niente, semplicemente stare in silenzio o guardare la tv.
Tutto è andato nel modo sbagliato, e le foglie degli aceri che mio padre lascia marcire d’inverno nel nostro giardino me lo ricordano ogni volta.
E adesso, tutte queste domeniche mattina, con mio padre che piange mentre il pastore legge la bibbia e mia madre riposa sotto magnolie profumate di estate, mi hanno complicato l’anima. E tu lo sai, e non dici mai niente, e so che lo fai per farmi capire che in fondo ti dispiace. Mi piace il tuo silenzio, sa di parole sensate, ha il suono di un discorso che nessuno riesce a farmi, e in qualche modo mi rafforza.

– Vincent io voglio andare via
Le 4 del mattino, neve che cade e respiri che diventavano fumo.
Io lo so che non si deve scappare, io lo so che questa strada non mi porterà mai abbastanza lontano dalla mia tristezza, ma forse, una di queste domeniche mattine, mentre mio padre piangerà e mia madre riposerà sotto magnolie profumate, io potrei decidere di baciare le tue labbra. E forse tutto potrebbe anche diventare meno complicato.

Vincent Freeman

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