Pubblicato da: Sadugo | 14 agosto 2010

IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI SIGNORA ZIMMERMAN

La signora Zimmerman se ne stava seduta sul suo enorme culo all’ombra di una palma secolare con lo sguardo perso oltre l’oceano.
E se ne stava li dimenticandosi tutte le cose di se che da anni non gli andavano proprio giù.
Là, in quell’angolo di paradiso, il suo seno non era più grinzoso e cadente come le prugne secche che mangiava per facilitare il transito intestinale, e il sotto dei sui bracci non assomigliava più alle orecchie di un coniglio malato.
Perfino le vene varicose, quelle vene che erano esplose sulle sue gambe facendole sembrare la crosta di un pianeta alieno di un film di serie B parevano non esistere.
Cosi, mentre un cocktail dopo l’altro scivolava nel suo intestino senza procurarle quei fastidiosi bruciori di stomaco che in inverno le facevano comprare talmente tante scatole di ranitidina e maloox da mettere in crisi il mercato farmaceutico, si sentiva a posto con se stessa.
Chi l’avrebbe vista là, sotto quella palma, non avrebbe detto che fosse la stessa signora Zimmerman.
O Tirchierman come la chiamavano i bambini che suonavano al suo campanello per halloween ricevendo solo delle micragnose caramelle al rabarbaro.
O Puzzerman come la chiamavano i massaggiatori del centro di fisioterapia dove andava a farsi massaggiare il suo grinzoso collo per alleviare una fantomatica cervicale. E ricevere un un vago piacere sessuale.
O Spaventaman come la chiamavano al club amatoriale di spogliarellisti.
Insomma, chiunque l’avesse conosciuta non l’avrebbe detta la stessa persona.
E aveva sorriso con una certa soddisfazione ripensando al rabbino che l’aveva salutata l’ultima volta dicendogli che prima o poi per tutti veniva il turno di soffrire.
Turno? Che turno? Mica mi sono messa in fila per soffrire, e se lo fatto devo aver sbagliato fila.
Aveva pensato sentendo la sua fede vacillare come ogni volta davanti a queste enormi cazzate sulla sofferenza e il sacrificio.
Cosi, aveva deciso di saltare il suo turno di sofferenza e adesso se ne stava li con un sorriso rilassato, i capelli sciolti e l’aria di chi è in pace con il mondo.
Eh si.
Aveva fatto proprio bene a ritagliare i dodicimila minuscoli tagliandini delle confezioni di cereali che servivano per vincere il viaggio, anche se c’erano voluti un paio di decenni e un lavoro certosino, ne era valsa proprio la pena.
Ed era valsa la pena uscire nel cuore della notte a rovistare nei bidoni dell’immondizia dei vicini per incrementare la propria raccolta punti, anche se in verità non di molto, perché non tutti nel quartiere apprezzavano i cereali al sapore di segatura che mangiava lei.
Ed era valsa la pena anche rischiare la galera sforbiciando le scatole del supermercato senza poi comprarle, certo, il Signore Zimmerman non avrebbe approvato, ligio e grigio com’era avrebbe condannato questa sua piccola infrazione alla legge, ma adesso il signor Zimmerman era con tutta probabilità il pranzo luculliano di un migliaio di viscidi vermi. Il suo giudizio contava veramente poco.
Ed era valsa la pena anche la prestazione sessuale che il professor Testamarcia gli aveva chiesto in cambio dei suoi 100 bollini. La signora Zimmerman sospettava che li avesse raccolti con il solo intento di raggiungere quello scopo, ma era stata una candela che valeva il gioco. Certo, una candela non in ottime condizioni, ma alla signora Zimmerman non capitava di frequente di rimediare del buon sesso, e ancora meno di essere pagata per farlo, cosi in fondo si era rivelato un vero affare.
E mentre il sole si scioglieva come un uovo al tegamino nell’oceano si sentiva sempre meno acida e rancorosa nei confronti del mondo, si sentiva piena di amore e affetto verso tutte le più piccole e insignificanti creature del pianeta.
Perfino nei confronti di quel piccolo e biondo boyscout che l’aveva sorpresa a rovistare nel bidone dell’immondizia della sua famiglia e che pensava di potergli fare la morale con la sua vocina da secchione sfigato.
Si sentiva compassionevole e misericordiosa anche nei suoi confronti, e non perché adesso quel brufoloso esploratore del mondo si trovasse sparpagliato come un puzzle sotto la terra smossa del suo orto che quest’estate gli aveva dato i pomodori più rossi e succosi di sempre.
E neppure perché avesse provato pietà vedendo i suoi genitori piangere e urlare mentre la polizia giorno dopo giorno bussava alla loro porta per dirgli che non avevano notizie.
No, non era un sentimento cosi banale e legato a dei semplici sensi di colpa.
No, si sentiva cosi straboccante di amore perché in quell’esatto momento la signora Zimmerman e il suo culo grinzoso erano il centro esatto del mondo.

Vincent Freeman

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