Pubblicato da: Sadugo | 17 settembre 2010

NON SI PEDALA BENE CHE CON IL CUORE VINCENT FREEMAN

Per pedalare Vincent Freeman pedalava.
Eccome se pedalava.
Senza muscoli appariscenti o polmoni da sub, e con un cuore con uno scarso senso del ritmo, riusciva perfino a tenere un andatura quasi regolare.
Di una regolarità quasi poetica per uno discontinuo come lui.
Mani sul manubrio.
Sguardo all’orizzonte.
Il rapporto più duro (e per rapporto più duro s’intendeva ovviamente quello che riusciva a tenere calcolando la forza delle sue gambe, la pendenza della strada e la forza del vento contrario).
Non il più duro in assoluto.
E poi via.
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Anzi no, non aveva nemmeno bisogno di contare, il ritmo era già dentro di lui, faceva parte dei pensieri, dei ricordi che si affacciavano, del paesaggio intorno che lentamente cambiava, perfino dell’asfalto sotto le ruote.
Un ritmo silenzioso.
Un ritmo senza battere e senza levare.
Un ritmo che era quasi una melodia.
Un ritmo che non era un ritmo.
Ma solo andare e venire, velocità e lentezza, accellelare e diminuire.
Non poteva essere costante, non era la forza chimica e meccanica dei muscoli a spingerlo avanti, a fargli affrontare la salita, ma quella più incostante e intermittente del desiderio di vedere, di conoscere, di guardare.
E allora ogni giro di pedale era un giro di pensieri.
E i pensieri non sono muscoli, sodio e potassio, contrazione e decontrazione, no, non era cosi semplice. Il suo pedalare era un pedalare scostante, anomalo, discontinuo, non aveva niente di progressivo o di misurato, aveva un inizio e una fine ma tutto quello che c’era in mezzo cambiava ogni volta e non era programmato.
Non era un ciclista, semmai un curioso, ma pedalava.
E questo bastava.
Perché Vincent lo sapeva, non si pedala bene che con il cuore.

Vincent Freeman

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