Pubblicato da: Sadugo | 11 dicembre 2010

URLA AI BICCHIERI VINCENT FREEMAN

Vento freddo,il grigio dei palazzi che si confondeva col grigio del cielo, onde di erba verde lungo il sentiero che portava al cimitero sopra la collina, il rumore delle auto sulla statale in lontananza che, pensava Elisewin guardandole, facevano l’unica cosa da fare in un posto come quello. Passano e se ne vanno.
Quando Elisewin parlava del suo quartiere certe volte sentiva le sue parole uscire ma come se non ci fosse  nient’altro dietro, sentiva che parlare della sua vita fosse come ballare senza musica, come dipingere senza colori.
– salve signora Zimmerman
Disse vedendo sbucare l’anziana vicina dal sentiero, aveva i soliti vestiti opachi e anonimi e la testa ricoperta di cotone bianco e argentato, ma dalla borsetta nera fuoriuscivano piccoli fiori colorati. A volte il grigio racchiudeva anche cose preziose senza soffocarle, realizzò Elisewin pensando ai sorrisi scambiati di nascosto nei corridoi della scuola con Vincent.
La Signora Zimmerman nemmeno rispose, ma fece un cenno con la testa e mise su un espressione stremata.
– la aiuto a portare i fiori se vuole Signora Zimmerman
– lo faresti davvero?
Chiese stupita porgendogli la borsetta senza nemmeno aspettare una risposta.
– beh, credo proprio che lo farò
Disse sarcastica Elisewin ritrovandosi praticamente i fiori tra i denti, la Signora Zimmerman confermò da quella risposta il suo pregiudizio sulla figlia della defunta Signora Richmond che abitava due porte più giù rispetto al suo giardino, era una ragazzina insolente, con troppi grilli per la testa e le scarpe da maschiaccio. Non prometteva niente di buono.
– che ci viene a fare quassù?
Chiese Elisewin con il suo tono da ragazzina insolente:
– ci vengo a trovare il Signor Zimmerman
– c’è stato un Signor Zimmerman?
Chiese quasi urlando Elisewin fortificando sempre di più la sua immagine nella testa dell’anziana vicina, che dal canto suo si fermò, la squadrò dalle scarpe da maschiaccio alla testa spettinata e poi riprese a camminare senza dire una parola.
– e com’era?
Insistette inseguendola.
– puoi vederlo in quella foto
Rispose un po’ stizzita la Signora Zimmerman indicandole una lapide qualche metro più avanti, Elisewin corse incuriosita e appiccicò la sua faccia sulla foto incorniciata tra piccole rose bianche. Lo guardò per qualche secondo, sembrava una persona normale, era giovane, aveva un vestito leggero e sembrava in una casa vicino al mare, sorrideva verso la macchina fotografica con un sorriso gelatinoso e sfacciato.
Elisewin disse solo che le sembrava un bell’uomo, poi prese a girellare tra le lapidi con le mani chiuse nel suo cappotto di lana e i capelli spettinati dal vento mentre  la Signora Zimmerman si prendeva cura del suo marito di marmo.
– non vai da tua madre?
Le chiese improvvisamente la Signora Zimmerman, Elisewin smise di camminare, si voltò verso di lei, sorrise malinconicamente e poi disse.
– oh no, adesso sta riposando, non voglio disturbarla
Poi riprese a camminarle intorno mentre la testa cotonata si scuoteva sconfortata.
Elisewin passava diversi pomeriggi al cimitero sopra la collina, ma quasi mai andava a trovare sua madre, nella sua testa non aveva trovato spiegazioni precise, ogni volta che ci pensava arrivavano immagini che avevano la potenza di un flash e la terrorizzavano. Lasciavano istantanee impresse per giorni sul fondo della sua testa. La pelle risecchita pochi giorni prima che morisse, la flebo gocciolante, la bara dentro l’enorme buca di terra e la ruspa cigolante che la ricopriva di terra scura. Sentiva che a volte era troppo per lei da sostenere, allora le arrivava vicino, fin dove ci riusciva.
– perchè cambia la foto?
Chiese all’improvviso mentre la Signora Zimmerman era intenta ad armeggiare con la cornice d’orata vicino al vaso di rose bianche.
– sta arrivando l’inverno, non lo lascerò quassù vestito cosi leggero
– ….
– so che pensi che io abbia perso la testa
– non lo penso
– il tuo sorriso insolente parla da solo
– i sorrisi non parlano, sorridono e basta
– ….
– anche quelli insolenti
Si squadrarono per un pò, poi la Signora Zimmerman riprese il suo lavoro e tirò fuori dalla borsa una foto del Signor Zimmerman con un lungo cappotto nero, Elisewin si avvicinò per vedere meglio la foto e lei glielo la lasciò fare, il sorriso gelatinoso e sfacciato aveva lasciato il posto ad un espressione seria:
– era già malato qua
Disse la Signora Zimmerman.
– ma non lo sapeva
– ….
– però è una bella foto
– si, lo è
Disse subito Elisewin.
– l’ha scattata lei?
– no
– ….
– non ricordo, eravamo a casa di amici
Elisewin non riusciva a figurarsi la Signora Zimmerman a casa di amici, ma non disse niente, sapeva che era solo uno stupido pregiudizio, cosi disse soltanto.
– è molto dolce questa cosa che fa
– ….
– ….
– ….
– grazie
Poi Elisewin si strinse nelle spalle e riprese a girellarle intorno.
– sa cosa mi ha raccontato il figlio dei signori Freeman?
Silenzio, cotone che si scuote.
– mi ha raccontato che da piccolo urlava ai bicchieri
– ….
– ….
– urlava ai bicchieri?
– si
La Signora Zimmerman scosse nuovamente la testa sconsolata, li guardava spesso camminare per il quartiere, Elisewin e Vincent,e si vedeva lontano un miglio che erano ragazzini che avevano qualcosa che non andava, qualcosa si doveva essere inceppato nelle loro teste pensò riponendo la foto estiva del marito nella borsetta. Questa storia strampalata ne era l’ennesima conferma.
– e lo faceva perchè aveva visto in tv un tipo che urlando aveva rotto decine di bicchieri
– ma è una stupidaggine
– ….
– ….
– comunque lui si mette li, sa, certe volte lo fa ancora, e urla, urla con tutto il fiato che ha in corpo davanti a decine di bicchieri messi in fila sul tavolo del salotto. E non succede nulla, ovviamente, lui spera ogni volta che almeno uno s’incrini, che si graffi anche solo leggermente, ma non succede mai. Però si è convinto che un giorno ci riuscirà, si è messo in testa che questa cosa possa funzionare o servire a qualcosa
– ….
– siamo cosi ingenui signora Zimmerman
Non dissero più niente, in silenzio s’incamminarono verso l’uscita del cimitero, Elisewin le reggeva la borsetta e il vaso vuoto, la Signora Zimmerman camminava silenziosa senza parlare. Elisewin avrebbe voluto chiederle di accompagnarla da sua madre, stava quasi per farlo ma poi pensò che ancora non ne aveva il coraggio, e si sentiva stupida e vigliacca, si sentiva come se la stesse deludendo ogni giorno, che andare al cimitero non fosse abbastanza. Che sarebbe stato bello un giorno andare a trovarla alla sua lapide, fermarsi a raccontarle qualcosa, togliere la polvere dalla sua foto e cambiarle l’acqua ai fiori, ma non era ancora pronta per farlo. Cosi non disse niente.
Intorno a loro il pomeriggio era diventato quasi sera, il grigio quasi nero e si erano accesi i lampioni vicini alle case giù nel quartiere.
Elisewin guardava la città, all’improvviso cominciò a sentire freddo, tutti quei pensieri la stavano facendo impazzire, stava per piangere e aveva mal di stomaco. Ebbe all’improvviso la nitida sensazione che tutte le persone intorno a lei stessero urlando a dei bicchieri indistruttibili e che lei fosse l’unica a capirlo. Ognuno chiuso nella sua casa con un bicchiere diverso, fermo in piedi a gridare con gli occhi sgranati, le vene del collo gonfie e l’aria disperata. Gli avrebbe voluto dire di smetterla, gli avrebbe voluto dire di piantarla, ma come fai a dire a qualcuno che è tutto inutile, che tanto non cambia niente.
Camminava in silenzio persa nella sua testa e quando arrivarono alla strada del quartiere, intorno c’era solo silenzio, le luci accese dentro le case, giardini in ombra che le circondavano.
Le lacrime erano ancora tutte li, dietro i suoi occhi, guardò la casa dei Freeman in fondo alla via, le luci erano accese, sembrava tutto a posto,  si disse che un pomeriggio di questi Vincent le sarebbe corso incontro urlando.
– si è incrinato Elisewin, si è incrinato
E allora tutto sarebbe stato più facile.
– Signora Zimmerman?
– si
– uno di questi giorni
– ….
– posso aiutarla a scegliere la foto per il Natale?

Vincent Freeman

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