Pubblicato da: Sadugo | 19 aprile 2011

100 PIANI IN DUE SECONDI VINCENT FREEMAN

Fuori le nuvole sembravano essersi addensate tutte su Blueville, e il vento non faceva che  fischiare, smuovere, piegare, sbattere e soffiare.
C’era una strana atmosfera quel giorno e il piccolo Vincent Freeman guardava dalla sua finestra la casa dei Richmond completamente deserta.
Le persiane abbassate, la terra smossa nel giardino dove prima c’erano fiori e piante, alcune foglie e fogli di giornale spinti dal vento sul vialetto che si rincorrevano tra di loro.
C’era stata molta gente qualche giorno prima in quel giardino, tutti vestiti eleganti in silenzio a guardarsi le scarpe, e poi all’improvviso era arrivata una macchina lunghissima. La macchina più lunga che il piccolo Vincent avesse mai visto, non era bella, nè aerodinamica, ma per Dio se era lunga, ci sarebbe potuto entrare anche un dinosauro, certo non un tirannosauro aveva pensato, ma uno di quelli veloci con la cresta sì, magari messo per sdraiato con le gambe piegate, insomma, ci sarebbe stato ma probabilmente non si sarebbe trovato molto bene là dentro, aveva convenuto tra sè e sè. Ma poi perchè uno avrebbe dovuto mettere un dinosauro in una macchina? si era chiesto,  una macchina così lunga poteva essere perfetta per una festa a sorpresa, una volta parcheggiata dalla bauliera sarebbero potuti uscire clown, animali, giocolieri e tutti avrebbero riso, giocato e cantato.
Guardava tutte quelle persone immobili e aspettava con ansia che da un momento all’altro saltasse fuori il pagliaccio più divertente del mondo.
Invece era uscita una scatola di legno, lunga e scura.
Era uscita e poi alcuni uomini l’avevano portata dentro casa.
La gente era rimasta ferma, quasi come se il tempo si fosse arrestato, poi le persone avevano preso ad uscire ed entrare dalla veranda, parlottavano a bassa voce, scuotevano le loro teste, ogni tanto c’era qualche abbraccio, mani che frugavano dentro le tasche dei cappotti e che portavano fazzoletti bianchi al viso.
Elisewin seduta sugli scalini davanti casa; gomiti sui ginocchi, la testa appoggiata sulle mani.
Ma nessun pagliaccio.
Il piccolo Vincent si ricordava bene quel giorno, in fondo non aveva mai visto una macchina così lunga prima di allora.
Il vento continuava a soffiare.

Elisewin e suo padre se n’erano andati da pochi giorni, il pomeriggio che erano partiti lei era andata a suonare al campanello dei Freeman, e quando Vincent era sceso lei non aveva detto molte cose, aveva detto solo che partiva, che non andavano lontano, e che andavano a vivere in un palazzo, uno di quelli con gli ascensori che fanno 100 piani in due secondi, uno di quelli che se fosse venuto un terremoto sarebbe rimasto in piedi. E aveva detto a Vincent che quando avrebbe voluto, lui sarebbe potuta andare a trovarla, e avrebbero fatto 100 piani in due secondi, su e giù tutto il giorno, ma il piccolo Vincent Freeman  non era molto convinto, l’altezza e la velocità erano due cose che lo mettevano in agitazione, così ci aveva pensato un po’ su e poi aveva detto.
– non so se sia il caso, credo che potrei vomitare
Lei era rimasta in silenzio, le sue labbra avevano tremato un po’, poi si era voltata scappando via.
I giorni poi erano passati, e la casa era rimasta vuota.
Vincent aveva passato diversi pomeriggi davanti alla sua finestra a guardare le cose cambiare piano piano, ogni tanto non sapeva bene come sentirsi, quella macchina non era più tornata, a dire il vero non era tornato più nessuno, la casa era rimasta deserta e da qualche parte c’era un palazzo di 100 piani con un ascensore atomico di cui aveva paura.
Altre volte invece lo sapeva bene, si sentiva triste, e basta.

Vincent Freeman

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