Pubblicato da: Sadugo | 14 maggio 2011

FANCULO ALLA VERGINITA’ VINCENT FREEMAN

I diari sommersi di Blueville

Non ho molto da fare qui, a parte lavorare, non c’è molto altro.
Il resto del tempo lo passo a scrivere, ad ascoltare musica, a guardare la pagina dell’aeroporto di Blueville su internet, aspettando che la scritta “partito” compaia vicino al nome di una città in cui mi piacerebbe andare. E poi immaginare di essere là. So che a molti può sembrare un passatempo stupido e noioso, e forse lo è.
Quando non piove vado a piedi fino alla collina,, si vede tutta la città da lassù ed io me ne sto li a guardare le auto sulla statale che fanno l’unica cosa da fare in questo posto, passano e se ne vanno.
Descrivere Blueville è come ballare senza musica o dipingere senza colori. Sapete, posti come ce ne sono tanti, pieni di case e giardini ordinati nel centro, palazzi che sembrano scatole di cemento con i buchi ai margini, poi capannoni industriali, campi fangosi, infine la campagna. L’idea che hai quando sei qui è quella di non essere in nessun posto, come se ti trovassi in un grande magazzino di anime aspettando che la tua venga spedita il più lontano possibile.
Non puoi aspettarti niente in un posto cosi.
Ho ventiquattro anni, non ho una ragazza e non l’ho mai avuta, non ho amici e molto probabilmente non farò mai niente di buono nella mia vita.
Le cose vanno meno peggio di qualche hanno fa, e questo è un bene, credo.
E certe volte desidero continuare a vivere, ma altre proprio no.
Lavoro alla Sushing Cleaning da due anni, e la ragione per cui sono qui è che ho abbandonato l’università. Non faceva per me, e tutti erano d’accordo in questo, gia quando mi ero iscritto avevo destato un notevole scalpore, quando poi vinsi la borsa di studio tutti pensarono che si trattasse di un errore del computer dell’università. Molti ancora lo pensano.
Quando poi decisi di ritirarmi tutto tornò come prima, molti si sentirono sollevati, come se all’improvviso avesse smesso di piovere all’in su.
C’è un grande corridoio nel palazzo dove lavoro, il pavimento ha un colore indefinibile, sembra caffèlatte lasciato per troppo tempo ad ammuffire nella tazza. Ci sono queste luci al neon asettiche e fredde sistemate a intervalli regolari sul soffitto. Se ci cammini guardando verso l’alto ti potresti sentire come Al Pacino all’inizio di Carlito’s Way, quando ferito viene portato in barella verso la sala operatoria.
Sembriamo tutti malati sotto queste luci, sembriamo tutti più tristi e vecchi. E forse lo siamo veramente.
Quando arriviamo noi tutto è finito, il posto è deserto. Sembriamo formiche invisibili che invadono la credenza con gli avanzi della festa. Ma in modo più discreto, e poi noi non siamo qui per mangiare o per fare scorte per l’inverno. Noi puliamo e basta.
La mia capo reparto, la mia e di altre cinque dipendenti, è una donna gigantesca e sorride come una regina africana. In modo affettuoso e sincero. Non puoi non essere felice quando ti sorride.
–          non sono la capa di nessuno-
Borbotta sempre quando le chiediamo qualcosa.
Se arriviamo in ritardo o facciamo qualcosa di sbagliato non si arrabbia mai, s’intristisce, allora cerchiamo di non fare mai niente che possa farla sentire triste. Anche le altre donne sono tutte a posto, tutte madri di famiglia, tutte persone sottomesse dal corso delle cose. Due di loro sono vedove, hanno lo sguardo diverso delle altre, anche quando ridono c’è un ombra nei loro occhi. Lo sguardo di chi ha perso qualcosa e ne sente la mancanza. Lo stesso sguardo che c’è negli occhi del signor Richmond.
Rosa invece è qui da più tempo di tutti, quasi sette anni, c’è stato un periodo in cui le cose gli andavano bene, se la faceva con il direttore o cosi dicono le altre, e lui in cambio l’aveva promossa capo reparto, le aveva fatto un contratto di terzo livello e gli faceva scegliere gli orari di lavoro a piacere. Si dice in cambio di qualche pompino nel furgone della ditta e di qualche sveltina nella sua auto dirigenziale.
Tutti trovano che sia una bella donna, nonostante gli anni le abbiano ingiallito i denti e segnato il viso, è elegante, anche quando indossa queste orribili divise verde pisello ha il portamento di una diva. Non l’ho mai vista in atteggiamenti goffi o volgari. Mai, a parte quella volta che ci siamo ritrovati insieme a pulire i bagni delle donne, circa un anno e mezzo fa. Si tirò giù i pantaloni della divisa e disse.
–          ti va di scoparmi?-
Aveva delle mutande di pizzo nero comprate perché qualcuno le potesse vedere, e magari togliergliele di dosso. Stava proprio per levarsele e a quel punto io mi girai e feci per pulire lo specchio sopra il lavandino ma lo specchio si sfilò dai ganci e cadde sul pavimento sporco ,andando in mille pezzi. Mi abbassai subito per raccoglierli ma in ogni frammento c’era riflessa lei, con i pantaloni calati, le mutande di pizzo nero e le lacrime agli occhi.
Allora feci sesso con lei, è stata la mia prima volta e le uniche cose che ricordo sono l’odore di ammoniaca sulle sue mani e il suo alito di caffè. Il resto è stato cancellato.
Quella sera dopo il lavoro sono tornato a casa da solo, ho camminato giù per la statale lungo il fosso sotto una leggera pioggerella invernale. L’aria sapeva di benzina e gramigna.
Alla fine della statale cominciano le case popolari, dove abita Elisewin, li c’è un vecchio giardino. I giochi per i bambini erano deserti e arrugginiti. Per un po’ sono rimasto a fissare l’effetto della luce dei lampioni sull’erba umida poi ho sentito come se l’aria mi bruciasse le narici e il sangue arrivasse alla testa con la forza di un fiume in piena. Mi sono piegato e ho vomitato.
Dietro gli alberi dei giardini, nel complesso dei palazzi c’erano dei vestiti appesi ad un terrazzo, la pioggia li bagnava, dovevano essere li da giorni, prima che cominciasse a piovere, ma io non li avevo mai notati.

Vincent Freeman

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