Pubblicato da: Sadugo | 21 settembre 2011

Dove stiamo andando Vincent Freeman?

– Vincent?
– ….
– cazzo Vincent, non puoi addormentarti sempre cosi mentre guido
– ….
– ….
– ….
– ….
– ….
– o forse si, forse puoi
– ….
– mi spiace coinvolgerti sempre in queste cose, chiamarti appena mi sento male o mio padre da fuori di testa come stasera. Ma tu ci sei sempre, e forse non dovrei abusare ma, non lo so Vincent, tu c’eri all’inizio di tutto e non sei mai andato via
– ….
– eri li quando le cose hanno iniziato a incrinarsi, ed eri li quando sono andate in mille pezzi, e sei ancora qui mentre cerco di rimettere insieme cose che non esistono più
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– ….
– guarda che strane le nuvole, sembrano strisciare sul cielo verso il sole
– ….
– anch’io certi giorni mi sento cosi, come stessi scivolando, come se tutto avesse un unica direzione , come se niente potesse cambiare, tutto già deciso, prestabilito
– ….
– sai, non parlo mai di mia madre, ma ci penso spesso, ogni giorno
– …
– ed ho ancora un immagine di lei, un immagine che è più forte di tutte le altre, e c’è lei seduta nella macchina nel parcheggio della scuola che mi guarda  da lontano suonare con la banda della scuola al concerto di Natale. Ha i capelli spettinati, erano mesi che non se li faceva tagliare, è in vestaglia e sembra che la vestaglia sia appoggiata sul sedile del passeggero tanto è diventata magra. Ha una strana espressione, ma mi guarda, so che è fiera di me, ma i finestrini sono chiusi perchè il dottore le aveva vietato di prendere freddo. Ed è dicembre, fa un freddo del cazzo, ho le mani congelate e non riesco a suonare per bene quel dannato flauto, ma lei mi guarda, e la macchina sembra schiacciata sotto il cielo grigio. E comincio ha pensare che è sola e impaurita, con tutto quel grigio sulla testa, la nel parcheggio, lontana da tutto e da tutti con i finestrini chiusi che nemmeno riesce a sentire la musica. Gli altri genitori sono tutti sulle gradinate che ridono e scherzano, fanno fotografie, rimproverano i bambini più piccoli perchè non stanno fermi mentre lei no, è la da sola. Cosi penso per la prima volta che forse sta morendo, ed è un pensiero che mi attraversa la testa squarciando tutto il resto, mi viene da piangere, ma sono li in piedi e devo suonare quella merdosa canzone di Henry Mancini e quella smorfiosa di Jesy Fortino al violoncello sta facendo un casino incredibile, sembra stia strappando le budella ad un gatto con una pinza per capelli, e allora penso che forse è meglio che lei sia laggiù, che se sta veramente morendo forse è meglio che non senta quello strazio e non sappia quanto stupida e priva di talento è sua figlia. Ma poi lei all’improvviso sorride, mi sorride, sembra divertita nonostante il grigio, nonostante non ci sia più niente in quella vestaglia a lei scappa da ridere, si mette una mano davanti alla bocca, sembra non riuscire a trattenersi, allora penso che forse non sta morendo, che una che sta morendo non può ridere con cosi tanto divertimento, mi chiedo cosa la stia facendo scompisciare cosi tanto e le lacrime dietro i miei occhi sembrano asciugarsi ma poi arriva la tosse Vincent, dal nulla, vedo la vestaglia scossa da colpi violenti
– ….
– ma continuo a suonare, poi la mano che ha davanti alla bocca diventa rossa, piano piano
– ….
– a quel punto ho smesso Vincent e sono rimasta a guardarla, mentre tutti gli altri rovinavano una canzone di cui non ricordo nemmeno il titolo sono rimasta ferma a guardare quella mano rossa in mezzo a tutto quel grigio, era incredibile, era un rosso luminoso, denso, vero. Sembrava che una goccia di tempera rossa fosse caduta su una foto in bianco e nero, era un immagine bellissima. Quando ho distolto lo sguardo mio padre mi stava guardando e aveva capito tutto, ha iniziato a correre verso di lei ma è inciampato nel marciapiede prima del parcheggio, ho visto la gente ridere Vincent, nessuno aveva capito e noi siamo cosi goffi anche nella tragedia che facciamo ridere gli altri
– …..
– dopo il concerto siamo andati in ospedale, ed io non l’ho mai più vista
– ….
– mi sono addormentata sulla panchina in sala d’aspetto e quando mi sono svegliata lei non esisteva più
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– già, non c’è niente da dire, proprio niente
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– sono passati dieci anni e continui a non avere niente d’intelligente da dire
– ….
– ma è questo che apprezzo di te, che non dici mai nulla, ma ascolti, che te ne stai li, e anche se dormi o sembri distratto so che invece mi stai ascoltando e so che le mie parole non muoiono da sole davanti a me contro il parabrezza
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– ….
– sai Vincent, mio padre quel giorno è inciampato e non ha mai più smesso di sanguinare, anche stasera, quando sei passato a prendermi, hai visto benissimo che era in poltrona stordito dall’alcol e dagli psicofarmaci ma ti sei comportato normalmente. Non hai detto niente, sei entrato come se fossi entrato in una casa normale, come se le pareti non fossero piene di umidità, come se non ci fosse puzza di chiuso e di marcio, come se non fossimo nelle case popolari di Blueville ma ancora nella villetta accanto a casa tua e tutto fosse come era prima
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– ….
– ….
– ….
– e io ti voglio bene per questo ma lo sai vero che non sarò mai veramente felice per le cose che mi capiteranno?
– ….
– che dentro di me qualcosa continuerà a divorare la mia felicità, come una tenia inarrestabile, per quanto possa sforzarmi di vivere, di fare, di non pensarci lei sarà sempre li e si mangerà una parte di me
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– ….
– ….
– ….
– ….
– ….
– dove siamo?
– non lo so Vincent, da qualche parte
– ma è già buio
– ….
– quanto ho dormito?
– ….
– Elisewin dove stiamo andando?

Vincent Freeman

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