Pubblicato da: Sadugo | 4 dicembre 2011

Lascia perdere Vincent Freeman

All’inizio era solo una porzione di cielo azzurro, piccola, racchiusa dal telaio della finestra della sua camera, con i contorni definiti e precisi, di un azzurro intenso, in certi pomeriggi, quasi accecante. Eleonore Richmond ogni tanto si soffermava a guardarla, il suo sguardo perso, completamente privo di emozioni, ogni tanto restava a galla senza far niente, altre volte scivolava fino verso al grigio della strada, attraversando il giallo degli aceri oltre il giardino, inseguendo le macchine colorate che passavano avanti e indietro. Ma sempre in silenzio, come se tutto il resto fosse altrove.
– un anno, forse uno e mezzo
Le avevano detto e allora certe sere quell’azzurro diventava nero, un nero completo, assoluto, un nero che sbiadiva tutti i colori, lasciandoli a terra stanchi e slavati.
Ed era una cosa che aveva uno strano effetto nel suo stomaco ogni volta.

Un pomeriggio qualche tempo prima, aveva incontrato il figlio dei signori Freeman che seduto sul marciapiede se ne stava immobile a guardare i panni stesi nel vento. Lui le aveva detto che era bella quel pomeriggio, che aveva un bel vestito blù, aveva cercato di essere gentile, lei aveva sorriso sedendosi accanto a lui nella sua vestaglia viola.
– il mio dottore ha detto che  i colori non esistono
Aveva detto lui.
– il mio che sto morendo
Aveva risposto lei. Poi erano rimasti in silenzio a fissare il cielo e i panni davanti a loro.

Ma quella sera, in piedi, in silenzio, guardava la sua pelle riflessa sul vetro della finestra.
Fuori il buio e la pioggia, un piccolo soffio di vento le carezzava la pelle della pancia passando dal telaio piegato della finestra.
– Frank?
– Eleonore
– ho bisogno di parlarti
Disse.
– ….
ho bisogno di dirti la verità
Pensò senza voltarsi.
Lui la guardava in silenzio, poteva vedere il suo sguardo amaro, il suo sorriso spento, la piccola ruga che le si formava appena sotto il labbro inferiore nelle giornate più tristi, anche se quello che riusciva a vedere era solo il suo corpo nudo di spalle davanti alla finestra.
– sai benissimo che non volevo niente di tutto questo
– ….
– ….
– ma?
– ma le cose sono andate cosi
Disse lei.
– ….
– so che non riesci a vederlo, ma io non sono qui, non riesco a trovare le parole giuste per spiegartelo ma è come se, come se il mio sole avesse smesso di girare. Mi sento un cartone del latte con la data di scadenza sopra, non ci sono parole adatte per fartelo capire
– ….
– ….
– ….
– Eleonore non c’è bisogno
– si, che c’è, io lo sento il bisogno, da quando mi sono ammalata tutti dicono di capire, di conoscermi, che mi conoscono da quando sono nata, ma sono passati così tanti anni, nessuno vuole accettare che io sia cambiata, che sono cambiata così tanto
Nella stanza le ombre della strada si riflettevano sulle pareti bianche, come in un acquario senza acqua le pareti sembravano sciogliersi e ricomporsi continuamente.
– Elisewin non si merita tutto questo
– ….
– ho lasciato che le cose prendessero la piega sbagliata
– ….
– mi sento le mani sporche
– ….
Una macchina passando aveva illuminato per pochi secondi la sua pelle, lui aveva sorriso amaramente.
– sei solo una puttana
– ….
– già, speravo lo dicessi
– è l’ultima volta che entri in questo letto
– ….
– è l’ultima volta che metti piede nella mia vita
Eleonore Richmond aveva appoggiato una mano sul vetro della finestra, l’ombra della pioggia disegnava piccole ombre sulla sua pelle, avrebbe voluto tuffarsi contro la finestra, sentire la pelle lacerarsi contro i pezzi di vetro per poi correre a piedi nudi nella pioggia e sanguinare, sanguinare e ancora sanguinare. Lasciando che la pioggia annacquasse il suo sangue sporco e pesante.
– quanti mesi mi restano?
– ….
– tra poco sarà natale
– ….
– io non mi merito tutto questo, ho voluto sentirmi viva prima di sentirmi morire, non puoi odiarmi perché ho voluto vivere
– posso farlo benissimo
– Frank, quando facciamo l’amore non sento più nulla, penso a tutto quello che c’era prima tra te e me, mi viene da piangere, mi sento come se stessi scopando i nostri ricordi
– ….
– tra poco non ci sarà più niente, dimmi qualcosa che mi faccia sperare stanotte, che non mi faccia sentire freddo
Poi il suo sguardo aveva seguito un ombra oltre la finestra, era passata veloce vicino alla staccionata della signora Zimmerman dall’altra parte della strada ed aveva girato veloce verso lo stendipanni di quartiere.
– ti bagnerai, lascia perdere, non è importante, lascia perdere
Aveva sussurrato.

– sà signora Richmond? Odio la gente che lascia i panni stesi quando sta per piovere
– ….
– odio vederli soli, di notte, nel vento e nella pioggia
– sono solo panni
Aveva detto lei distrattamente.
– forse è vero
Aveva risposto lui.
– ….
– ma qualcuno dovrebbe uscire e toglierli dal freddo
– sono solo panni Vincent
– ….
– ….
– ….
– signora Richmond?
– si Vincent
– un giorno di questi può dire alla Signora Zimmerman di non stendere i suoi mutandoni quando il meteo prevede brutto tempo?
– ….
– odio doverli toccare

Vincent Freeman

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