Pubblicato da: Sadugo | 30 gennaio 2012

L’oceano Vincent Freeman

 

Goldfish

C’erano le stesse facce, questo era il vero problema, non riuscivo a dirlo a nessuno ma la cosa mi mandava in bestia. Bob, Stacy, Frank che era più le volte che non lo vedevi che quelle in cui ti accorgevi della sua presenza e poi loro, sempre lì, ferme, immobili, con quell’aria di supponenza.

Si, la cosa mi faceva impazzire, qualcuno avrebbe dovuto sciogliermi del Prozac nell’acqua per farmi calmare.
Erano ormai anni, avevo visto passare mesi e stagioni li dentro, mi sentivo impaziente, la vita era altrove, volevo andarmene, uscire, vedere il mondo e invece continuavo a girare su me sesso, ogni giorno lo stesso giro, passavo intorno all’alga marina, quattro veroniche intorno alla falsa barriera corallina e poi un giro veloce lungo tutto il perimetro. Sentivo le branchie aprirsi e chiudersi con forza a un ritmo regolare  e potente, la pinna posteriore contrarsi e decontrarsi con eleganza, le pinne laterali smuovere l’acqua con decisione ma senza foga, ero bello, di un rosso accecante.
Ma quando mi prendeva quella smania non riuscivo ad esserne soddisfatto e mentre giravo come un pazzo dentro il mio acquario sentivo la disapprovazione rassegnata di Bob e Stacy, lo sguardo compassionevole di Frank mimetizzato su chissà quale roccia calcarea e quelle quattro lumache marine blaterare frasi contro di me.
– dovrebbe darsi una calmata
– quello prima o poi andrà fuori di testa
Le sentivo le loro frasi, e i loro occhi giudicanti, mentre contraevo tutto il mio corpo e guizzavo nell’acqua azzurrognola creando riflessi rossastri sul vetro che mi separava dalla vita.
Ma io non mi arrendevo, ok, forse era vero, ero uscito di testa, il mio cervello un giorno era esploso nella mia scatola cranica spargendosi tutto intorno a me e mischiandosi al mangime che ogni giorno ci veniva dato, brandelli della mia sanità mentale ovunque, pezzi di me che galleggiavano a pelo d’acqua inghiottiti da Bob e Stacy che mi guardavano con sorrisi al retrogusto di anestetizzante mentre si divoravano la mia materia grigia.
Dovevo trovare un interruzione.
La vita è ingannevole certe volte, finisci in gabbia e nemmeno te ne accorgi, finisci in un recinto e cominci a starci comodo, quasi rassicurato, tutti fingono di stare bene ma le cose stanno diversamente, dovreste sperare con tutte le vostre forze di saper riconoscere le prigioni in cui vi trovate, sperare di trovare celle e gabbie in cui in cui non si sta comodi. Dovreste pregare ogni singolo giorno della vostra vita che le sbarre siano ben visibili, che nulla sia ambiguo e confuso, che il confine tra la vita e la non vita sia evidenziato col tratto fosforescente dell’insoddisfazione. E invece no, non è mai così, e io lo sapevo bene. Per questo i giri a vuoto, il continuo movimento, un qualcosa che dentro mi divorava senza sosta. Ero un pesce rosso senza pace.
– sei fuori
Mi dicevano le quattro lumache marine con il loro sguardo di disapprovazione, ferme, immobili, senza nient’altro da fare che lasciar passare le giornate e giudicare il mio dolore, le ho odiate, Dio se le ho odiate, ma poi ho capito, quel giorno ho capito tutto.
Era chiaro, era chiaro a loro, a Bob, a Stacy, ai loro sorrisi anestetizzati e a Frank che non sapevo mai dove cazzo fosse, ma dove era, aveva tutto chiaro anche lui. Non potevo più stare li dentro, volevo la vita, volevo l’oceano, volevo le onde, volevo nuotare, infrangermi contro barriere coralline vere, nuotare a branchi, combattere contro balene giganti e farmi schiacciare, sprofondare per riemergere, essere azzannato da uno squalo bianco, e morire galleggiando nel mio sangue. Volevo vivere, e volevo morire, facendo rumore. Volevo sentire i denti della vita lacerarmi le squame e troncarmi in due come una sardina qualsiasi.
Non bastava il mangime dosato, no, volevo l’indigestione. Non bastavano Bob e Stacy, no, volevo conoscere milioni di altri Bob e Stacy. Non bastava l’acqua che riuscivo a respirare, no, le mie branchie volevano oceano, acqua, acqua e ancora acqua  a non finire.
E non bastava nemmeno lei, non bastava il suo sorriso bianco come bianche sono le onde del mare che non ho mai visto ma che ho impresse nella mia anima, non bastavano i suoi orecchi a sventola dolci come ostriche caramellate, non bastavano i suoi occhi verdi come l’oceano di cui Frank raccontava sempre mentre loro gli dicevano:
– che ne sai Frank?
– nemmeno ci sei stato Frank
– spari solo cazzate Frank
E lui che rispondeva.
– fanculo
Che è l’unica cosa che puoi rispondere quando qualcuno si mette a sindacare sui tuoi sogni e sui tuoi ricordi, fanculo, senza aggiungere altro.
E non bastava che lei ogni giorno si affacciasse per guardarmi, non bastava che pichiettasse al vetro con il suo dito e che bastassero quattro mie piroette, solo quattro, nei giorni più tristi, quando suo padre la faceva star male, per farle tornare il sorriso. Non bastava niente, e spero che lei mi abbia perdonato per averlo fatto.
– non esiste l’oceano
– ti stai solo costruendo castelli di sabbia
Non aprivano bocca da giorni, le quattro lumache marine, ma io ero inquieto, ansioso, angosciato, e sentivo i loro pensieri nella testa mescolarsi ai miei, c’erano voci, ricordi confusi, la realtà annacquata dalla follia e allora ho nuotato più forte che potevo, le pinne spinte al massimo, sentivo le squame scivolare senza attrito, le branchie macinare ossigeno, azoto, idrogeno, la mente divorare la normalità.
Al 57esimo giro dell’acquario l’ho fatto, ho puntato verso l’alto, la luce mi ha accecato, ho sentito l’acqua trasformarsi in aria secca sulle squame, le branchie hanno cominciato a girare a vuoto, stavo volando, tra schizzi e desideri, per un attimo, ho anche pensato di averlo visto, l’oceano. Il verde mela dei suoi occhi, le onde bianche dei suoi sorrisi, sono stato felice, per quei secondi, in aria, da solo.
Non c’erano sbarre.
Niente Bob e Stacy.
Niente sguardi di disapprovazione, devono essere rimaste a bocca aperta quelle quattro lumache marine.
Ho sentito la vita entrarmi sotto le squame.
Poi ho sentito il mio corpo sbattere, un tonfo sordo, dieci, venti, trenta, quaranta sussulti e poi il silenzio.
Sono morto.
So che Frank mi stava guardando e che sono stato un esempio per lui.
So che la vita di Bob e Stacy non sarà la stessa.
So tutte queste cose, e mentre me ne andavo l’ho sentita, e so di averle fatto del male.
Stava parlando al telefono perchè nessuno le rispondeva.
– si Vincent, è terribile
– ….
– l’ho trovato morto
– ….
– sul tavolo Vincent, sul tavolo dove tengo l’acquario
– ….
– si sto bene Vincent
– ….
– non riesco a capire perchè, non riesco a capire perchè lo ha fatto

Vincent Freeman

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