Pubblicato da: Sadugo | 25 aprile 2012

Elisewin Richmond parla della vita da supereroe e dei posti dove le cose hanno una fine

In: Blueville in prima persona

Un giorno Vincent mi ha chiesto di contare sulle punta delle dita le cose che mi facevano star male, ho detto che avrei dovuto essere una creatura aliena deforme con mille mani per riuscire a contarle tutte, so che Vincent avrebbe voluto dire che mi avrebbe amata lo stesso, anche se fossi stata una creatura aliena deforme con mille mani, forse avrebbe perfino provato maldestramente a fare un doppio senso sui lati positivi di avere mille mani, ma non ha detto niente e nemmeno io non ho detto niente anche se sapevo quello che voleva dire perchè non voglio lottare anche per le sue paure.
Ma sono miliardi le  cose che mi feriscono, ho provato a dirgliele. Una per una. E sono anche cose che uno potrebbe riuscire a cambiare se volesse, cose come l’andare nei centri commerciali insieme ad altra gente a comprare cose inutili, il non dire mai ti voglio bene alle persone a cui si vuole bene, il far finta ogni giorno di non sapere di dover morire e sprecare centinaia di migliaia di giornate, o cose stupide come i biscotti che appassiscono una volta aperto il pacchetto, o i bulli teste di cazzo che mi chiamano “Richmond Senza tette”, ma sopratuttto il fatto di non avere le tette. Oppure cose che non so spiegarmi ma che mi sfibrano l’anima, cose come il commesso filippino di McDonald che sorride sempre anche se io ordino un Big Mac con la gentilezza di uno Yeti, la televisione accesa nel salotto della signora Zimmerman mentre lei dorme, i vecchi che fanno le battute sui cimiteri per farsi coraggio, le cose che ti sembrano così importanti da doverle comprare e che diventano stupide e inutili dopo poche settimane, le ragazze con le tette grandi, i professori che vorrebbero essere in qualsiasi altro posto del mondo tranne la scuola ma che ogni mattina continuano a venire a scuola, le voci dei tipi del call center quando ti chiamano per proporti il contratto dell’anno, gli immigrati seduti in fondo all’autobus, o gli anziani che finiscono le loro pensioni nei videopoker, i nostri compagni cinesi che stanno per conto loro mentre i nostri compagni di scuola dicono che i cinesi vogliono stare per conto loro, i giovani che non riescono ad ottenere la fiducia dei vecchi e che poi diventano vecchi che non hanno fiducia nei giovani, le case popolari tutte uguali come scatole di cemento con i buchi, l’assistente sociale che che fa finta d’interessarsi alla mia vita ogni venerdì pomeriggio mentre invece aspetta solo che finisca il suo torno di lavoro per tornarsene a casa a sorseggiare un cocktail di cherry e benzodiazepine e poi altre milioni di cose come queste, gli ho detto.
Vincent ha sorriso, ma non ha detto niente, forse stava pensando ancora all’aliena deforme, poi gli ho detto che tutto sarebbe diverso se io fossi una cazzo di supereroe e potessi cambiare le cose.
Così gli ho raccontato di quando io e la Signora Richmond facevamo lunghe passeggiate appena aveva smesso di piovere e io indossavo i misi stivali gialli preferiti e mentre camminavamo ci mettevamo in testa di avere dei superpoteri. E lei mi diceva ridendo: “Elisewin ma è una cosa da maschi” e io che le dicevo che amavo da impazzire le cose da maschi.
Il mio nome da supereroe era Laser-Lucy, ovvero una lucciola mutante, ero diventata una donna insetto grazie a dei cerali scaduti, sbriciolavo i palazzi con la luce del mio culo e riuscivo ad accecare tutti i bulli teste di cazzo della terra, specialmente quelli che mi chiamavano Richmondsenzatette. Lei invece non aveva superpoteri, aveva solo un phon pazzesco con cui faceva volar via i cattivi e asciugava le lacrime di tutto il mondo. E si chiamava EleonorPhon.
E cosi combattevamo contro tutti, ma a volte combattevamo anche tra di noi e un pomeriggio lei mi ha colpito con il suo super-phon.
– scomparirò se non smetti di colpirmi
Le ho detto e lei sorridendomi dolcemente.
– ma così mi mancherai
– ma succederà, e dovrai aspettare milioni e milioni di anni prima di rivedermi
– ma io ti aspetterò
Ha detto lei, e poi il SuperPhon mi ha sparato dall’altra parte della terra.
Ho continuato raccontando a Vincent di quando mi sono ritrovata sdraiata in mezzo a una strada in Giappone, infreddolita e sola. Sembravo uno di quei corpi spezzati sulle scene del crimine. La gente mi camminava intorno e mi guardava senza capire, qualcuno scattava delle foto. Alla fine il governo giapponese mi ha messo sotto un bicchiere di vetro gigantesco, e nutrita con piccoli pezzi di pizza, perché i giapponesi sono fulminati e fanno cose strane e non avevano mai visto una lucciola grande come me.
Ma poi sono invecchiata e ho perso la mia luce.
Così un giorno uno scienziato giapponese mi ha messo in una scatola e mi ha chiesto di cosa avevo bisogno.
Ho detto.
– solo di un bicchiere d’acqua
E lui.
– dove vuoi che ti spediamo
E io ho detto.
– a casa , soltanto a casa

E cosa è successo, mi ha chiesto Vincent.
Niente, mi hanno messo su un aereo e quando sono tornata non c’era più niente, perchè casa mia era un posto dove le cose hanno una fine.

Elisewin Richmond

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