Pubblicato da: Sadugo | 8 giugno 2012

Sei solo un orsetto russo Vincent Freeman

Un rumore assordante aveva svegliato Kowalsky nel pieno della notte facendolo schizzare sull’attenti, una porta sbattuta o forse il terremoto, aveva pensato mentre alcune cispe impedivano ostinatamente ai suoi occhi di aprirsi completamente per rendersi conto delle cose intorno a lui.
Si era stropicciato la faccia per un po’, ma era buio, questo era chiaro, un buio pieno, una oscurità tale che non si ricordava di aver mai visto prima, e dopo aver sconfitto la resistenza calcarea delle cispe aveva cercato con gli occhi qualche sprazzo di luce nella stanza, aveva provato a guardare verso la finestra ma inutilmente, sembrava che qualcuno avesse rubato le stelle e i lampioni per chilometri e chilometri talmente era scuro intorno a lui.
Era buio, e c’era silenzio.
La situazione non gli tornava.
Sgranchiendo un po’ le ossa e i pensieri si disse di stare calmo, c’era sicuramente una spiegazione a quella situazione irreale, provò a darsi una robusta grattata dietro l’orecchio per assicurarsi di essere ancora vivo, lo era, suppose, visto che sentì un po’ di dolore sulla pelle graffiata dalle unghie, ma avvertì subito dopo una leggera sensazione di panico farsi largo tra le cispe mentali, quelle erano più dure ad andarsene.
Doveva allentare, si disse, sapeva che certi pensieri la notte sembravano più grandi del normale, sperò dentro di se che morire non fosse una cosa del genere, che non fosse come svegliarsi in piena notte da soli in un posto privo di luci e di ombre, di rumori e di suoni, svegliarsi in un luogo privo di tutto ma con ancora tutti i pensieri al loro posto.
Si disse di stare calmo, cercò di rassicurarsi dicendosi che ad ogni modo, se anche fosse stato morto, di lì a qualche giorno i vermi sarebbero venuti a mangiarselo, e forse anche i pensieri a quel punto avrebbero smesso di funzionare.
O forse no, pensò sudando un po’ freddo, forse ogni pensiero se ne sarebbe andato via insieme ai pezzetti mangiati dai vermi.
Un pensiero, un verme.
Un verme, un pensiero.
E quindi si sarebbe sentito andare in pezzi lentamente, morso dopo morso. Sparso in giro per il mondo, nei luoghi più impensati, dove solo i vermi sanno stare, nei sottovasi dei gerani, sotto gli zerbini, tra i mattoni e la terra.
I vermi lo preoccupavano, soprattutto perché non si vedevano, dove erano? Dove attendevano? come passavano il resto del tempo in cui non rosicchiavano cadaveri e carcasse? Si stava impaurendo. Cominciò a immaginare che in ogni giorno della sua vita ci fossero stati centinaia di vermi ad osservarlo, certe volte aveva avuto la sensazione di essere spiato, ma aveva sempre sminuito o cercato di non darci peso, ma adesso aveva capito, loro erano lì, in silenzio, nascosti chissà dove, con pazienza stoica ad aspettare la sua dipartita. Ed ora stavano uscendo dai loro anfratti intorno a lui per accerchiarlo e poi saltargli addosso, sentiva lo strisciare silenzioso e viscido. Sentiva lo sciabordare della loro acquolina in bocca.
Stava per mettersi ad urlare.
Poi una luce improvvisa, un boato assordante, i suoi occhi si erano strizzati come quelli di un cinese, gli orecchi piegati all’indietro. Era stato solo un attimo, ma era riuscito a vedere qualcosa intorno a lui. Era sempre nella sua stanza, non era morto.
Forse non c’era nessun verme che stava strisciando verso di lui.
Tirò un sospirò di sollievo, si accorse che il respiro era accellerato, cercò di riportarlo alla normalità. Fece per tornarsene a dormire lasciando che le cispe si riprendessero possesso del suo corpo, ma improvvisamente ci fu ancora un attimo di luce, ancora un boato.
Era solo un temporale, ma stavolta aveva visto qualcosa di più intorno a lui.
La stanza non era vuota, c’era quel ragazzino con lui nella stanza, quel tipo che passava le giornata a guardarlo mentre si faceva gli affari sua. Era seduto sul letto, con le braccia si stringeva le gambe al petto, e singhiozzava.
La testa nascosta tra le ginocchia.
Stava male.
Forse stava piangendo.
Aveva paura.
Kowalsky pensò che avrebbe dovuto fare qualcosa, in fondo quel tipo secchino e occhialuto gli dava sempre da mangiare, era strano è vero, spesso Kowalsky si sentiva in imbarazzo quando lui stava lì a fisssarlo per ore, o per il fatto che ridesse  mentre Kowalsky si faceva il bagno, o che ridesse mentre sbadigliava, o si grattava la testa, o mangiava un pezzo di mela. Quel tipo rideva troppo per i gusti di Kowalsky, ma in fondo era solo un bambino e per quanto Kowalsky odiasse i bambini quello che era toccato a lui alla fine sembrava un tipo apposto.
Ed ora stava male.
E lui non poteva fare niente.
Doveva fare qualcosa.
Voleva fare qualcosa.
Senti la paglia e il truciolato aromatizzato al limone sotto le sue zampe, provò a spingere la plastica trasparente che lo separava dal mondo, scavò, spostò e rispostò i giochi della linea deluxe della Zooplus da una parte all’altra, corse sulla ruota fino a sentire i muscoli delle gambe indolenzirsi, rosicchiò il bastoncino di frutta secca e cereali che aveva seppellito sotto il tubo dove andava a fare i bisogni. Ma non trovava pace.
Continuava a sentirlo singhiozzare.
All’improvviso si fermò, in piedi, in mezzo alla paglia, un tuono lacerò i suoi pensieri, e di colpo ebbe paura.
Abbastanza. Molta. Moltissima paura.
Non dei vermi, non del buio, non di morire e diventare concime per gerani, no. Provò per la prima volta nella sua vita la paura paralizzante di essere solo e soltanto un orsetto russo e di essere completamente inutile di fronte al dolore degli altri.

Vincent Freeman

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