Tratto dal blog preferito che Vincent Freeman legge più spesso

Vincent Freeman – Vita Maniacale, senza offesa per nessuno, lui è il migliore di tutti a scrivere. Scrive recensioni di film e anche le storie di Vincent Freeman con i suoi personaggi: Elisewin, la signora Zimmerman e via così. Le seguo da un bel po’. Non so perchè, se penso a un’immagine, mi viene in mente Peter Pan e la fila di bambini che si trascina nell’aria volando. La causa mi è ignota (forse scrisse qualcosa del genere anni fa), visto che i contenuti sono tutt’altro. Sarà un fatto di stile. Tipo che lui scrive una cosa e l’immagine nella mia testa è simile all’illustrazione di una fiaba. E’ come se ci fosse un adulto che si ricorda molto bene com’era da bambino e scrivesse ancora così per comunicare con lui (il bambino, intendo).

(http://signorinacasoumano.wordpress.com/)

Pubblicato da: Sadugo | 8 giugno 2012

Sei solo un orsetto russo Vincent Freeman

Un rumore assordante aveva svegliato Kowalsky nel pieno della notte facendolo schizzare sull’attenti, una porta sbattuta o forse il terremoto, aveva pensato mentre alcune cispe impedivano ostinatamente ai suoi occhi di aprirsi completamente per rendersi conto delle cose intorno a lui.
Si era stropicciato la faccia per un po’, ma era buio, questo era chiaro, un buio pieno, una oscurità tale che non si ricordava di aver mai visto prima, e dopo aver sconfitto la resistenza calcarea delle cispe aveva cercato con gli occhi qualche sprazzo di luce nella stanza, aveva provato a guardare verso la finestra ma inutilmente, sembrava che qualcuno avesse rubato le stelle e i lampioni per chilometri e chilometri talmente era scuro intorno a lui.
Era buio, e c’era silenzio.
La situazione non gli tornava.
Sgranchiendo un po’ le ossa e i pensieri si disse di stare calmo, c’era sicuramente una spiegazione a quella situazione irreale, provò a darsi una robusta grattata dietro l’orecchio per assicurarsi di essere ancora vivo, lo era, suppose, visto che sentì un po’ di dolore sulla pelle graffiata dalle unghie, ma avvertì subito dopo una leggera sensazione di panico farsi largo tra le cispe mentali, quelle erano più dure ad andarsene.
Doveva allentare, si disse, sapeva che certi pensieri la notte sembravano più grandi del normale, sperò dentro di se che morire non fosse una cosa del genere, che non fosse come svegliarsi in piena notte da soli in un posto privo di luci e di ombre, di rumori e di suoni, svegliarsi in un luogo privo di tutto ma con ancora tutti i pensieri al loro posto.
Si disse di stare calmo, cercò di rassicurarsi dicendosi che ad ogni modo, se anche fosse stato morto, di lì a qualche giorno i vermi sarebbero venuti a mangiarselo, e forse anche i pensieri a quel punto avrebbero smesso di funzionare.
O forse no, pensò sudando un po’ freddo, forse ogni pensiero se ne sarebbe andato via insieme ai pezzetti mangiati dai vermi.
Un pensiero, un verme.
Un verme, un pensiero.
E quindi si sarebbe sentito andare in pezzi lentamente, morso dopo morso. Sparso in giro per il mondo, nei luoghi più impensati, dove solo i vermi sanno stare, nei sottovasi dei gerani, sotto gli zerbini, tra i mattoni e la terra.
I vermi lo preoccupavano, soprattutto perché non si vedevano, dove erano? Dove attendevano? come passavano il resto del tempo in cui non rosicchiavano cadaveri e carcasse? Si stava impaurendo. Cominciò a immaginare che in ogni giorno della sua vita ci fossero stati centinaia di vermi ad osservarlo, certe volte aveva avuto la sensazione di essere spiato, ma aveva sempre sminuito o cercato di non darci peso, ma adesso aveva capito, loro erano lì, in silenzio, nascosti chissà dove, con pazienza stoica ad aspettare la sua dipartita. Ed ora stavano uscendo dai loro anfratti intorno a lui per accerchiarlo e poi saltargli addosso, sentiva lo strisciare silenzioso e viscido. Sentiva lo sciabordare della loro acquolina in bocca.
Stava per mettersi ad urlare.
Poi una luce improvvisa, un boato assordante, i suoi occhi si erano strizzati come quelli di un cinese, gli orecchi piegati all’indietro. Era stato solo un attimo, ma era riuscito a vedere qualcosa intorno a lui. Era sempre nella sua stanza, non era morto.
Forse non c’era nessun verme che stava strisciando verso di lui.
Tirò un sospirò di sollievo, si accorse che il respiro era accellerato, cercò di riportarlo alla normalità. Fece per tornarsene a dormire lasciando che le cispe si riprendessero possesso del suo corpo, ma improvvisamente ci fu ancora un attimo di luce, ancora un boato.
Era solo un temporale, ma stavolta aveva visto qualcosa di più intorno a lui.
La stanza non era vuota, c’era quel ragazzino con lui nella stanza, quel tipo che passava le giornata a guardarlo mentre si faceva gli affari sua. Era seduto sul letto, con le braccia si stringeva le gambe al petto, e singhiozzava.
La testa nascosta tra le ginocchia.
Stava male.
Forse stava piangendo.
Aveva paura.
Kowalsky pensò che avrebbe dovuto fare qualcosa, in fondo quel tipo secchino e occhialuto gli dava sempre da mangiare, era strano è vero, spesso Kowalsky si sentiva in imbarazzo quando lui stava lì a fisssarlo per ore, o per il fatto che ridesse  mentre Kowalsky si faceva il bagno, o che ridesse mentre sbadigliava, o si grattava la testa, o mangiava un pezzo di mela. Quel tipo rideva troppo per i gusti di Kowalsky, ma in fondo era solo un bambino e per quanto Kowalsky odiasse i bambini quello che era toccato a lui alla fine sembrava un tipo apposto.
Ed ora stava male.
E lui non poteva fare niente.
Doveva fare qualcosa.
Voleva fare qualcosa.
Senti la paglia e il truciolato aromatizzato al limone sotto le sue zampe, provò a spingere la plastica trasparente che lo separava dal mondo, scavò, spostò e rispostò i giochi della linea deluxe della Zooplus da una parte all’altra, corse sulla ruota fino a sentire i muscoli delle gambe indolenzirsi, rosicchiò il bastoncino di frutta secca e cereali che aveva seppellito sotto il tubo dove andava a fare i bisogni. Ma non trovava pace.
Continuava a sentirlo singhiozzare.
All’improvviso si fermò, in piedi, in mezzo alla paglia, un tuono lacerò i suoi pensieri, e di colpo ebbe paura.
Abbastanza. Molta. Moltissima paura.
Non dei vermi, non del buio, non di morire e diventare concime per gerani, no. Provò per la prima volta nella sua vita la paura paralizzante di essere solo e soltanto un orsetto russo e di essere completamente inutile di fronte al dolore degli altri.

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 7 giugno 2012

I post degli altri Vincent Freeman

“Portare in casa i bei ricordi, gettare al vento le ingiustizie, lasciar andare ciò che è vecchio e non funziona più.
Fare spazio, senza per forza dover riempire subito dopo.
Scegliere sempre. Anche poche cose, ma tutte”.

http://signorinacasoumano.wordpress.com/

In: Blueville in prima persona

Io odio la scuola, e odio la signorina Fitzelbert e, beh, non lo so, ma se siete adulti magari odio anche voi che state leggendo questa pagina perché forse siete come lei, anche se siete dei vecchi uomini lardosi con i baffi e non avete tutti quei capelli e quei braccialetti appariscenti come la vera signorina Fitzelbert.
Ma magari siete anche voi dei tipi che si sono dimenticati com’era avere quindici anni, com’era il male alla pancia alle 8 di mattina, l’odore della cancelleria sulle dita, quello del gesso in fondo alla gola e quello dell’umiliazione in mezzo al petto.
Magari siete anche voi come lei dei tipi che dicono cose come.
– dai Elisewin, non prendertela se ti chiamano Richmondsenzatette, sono cose da niente
E magari pensate che il vostro lavoro d’insegnante è una merda, che essere adulti è uno schifo, che siete sottopagati e non riuscite a finire il vostro programma del cazzo e che tutti i vostri problemi sono veri problemi mentre quelli degli altri sono solo stupidaggini da ragazzini.
E beh, se siete tipi del genere allora spero che anche a voi succeda tutti i giorni che qualcuno vi chiami Richmondsenzatette, spero che ogni mattina della vostra vita per il resto dei vostri giorni una scuola intera  si diverta a farvi notare quel difetto fisico che tanto vi fa soffrire. Che perfino il bidello vi guardi con un sorriso ironico mentre camminate nel corridoio per i fatti vostri.
Appena alzati.
A ricreazione.
Durante il pranzo a mensa.
All’uscita di scuola.
E spero che il vostro autobus sia pieno di bulletti teste di cazzo che vi tirano palle di carta dicendo d’infilarvele nel reggiseno.
E vorrei essere li con aria di sufficienza a dirvi di non prendervela, che sono cose da niente e che, anzi, un po’ è anche colpa vostra che vi arrabbiate e gli date spago.
Ma se non vi succede mai niente di lontanamente simile durante le vostre giornate, beh, allora dovreste tenere chiusa la vostra cazzo di bocca e ficcarvi il vostro programma scolastico su per il culo.

Elisewin Richmond

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In: Blueville in prima persona

Un giorno Vincent mi ha chiesto di contare sulle punta delle dita le cose che mi facevano star male, ho detto che avrei dovuto essere una creatura aliena deforme con mille mani per riuscire a contarle tutte, so che Vincent avrebbe voluto dire che mi avrebbe amata lo stesso, anche se fossi stata una creatura aliena deforme con mille mani, forse avrebbe perfino provato maldestramente a fare un doppio senso sui lati positivi di avere mille mani, ma non ha detto niente e nemmeno io non ho detto niente anche se sapevo quello che voleva dire perchè non voglio lottare anche per le sue paure.
Ma sono miliardi le  cose che mi feriscono, ho provato a dirgliele. Una per una. E sono anche cose che uno potrebbe riuscire a cambiare se volesse, cose come l’andare nei centri commerciali insieme ad altra gente a comprare cose inutili, il non dire mai ti voglio bene alle persone a cui si vuole bene, il far finta ogni giorno di non sapere di dover morire e sprecare centinaia di migliaia di giornate, o cose stupide come i biscotti che appassiscono una volta aperto il pacchetto, o i bulli teste di cazzo che mi chiamano “Richmond Senza tette”, ma sopratuttto il fatto di non avere le tette. Oppure cose che non so spiegarmi ma che mi sfibrano l’anima, cose come il commesso filippino di McDonald che sorride sempre anche se io ordino un Big Mac con la gentilezza di uno Yeti, la televisione accesa nel salotto della signora Zimmerman mentre lei dorme, i vecchi che fanno le battute sui cimiteri per farsi coraggio, le cose che ti sembrano così importanti da doverle comprare e che diventano stupide e inutili dopo poche settimane, le ragazze con le tette grandi, i professori che vorrebbero essere in qualsiasi altro posto del mondo tranne la scuola ma che ogni mattina continuano a venire a scuola, le voci dei tipi del call center quando ti chiamano per proporti il contratto dell’anno, gli immigrati seduti in fondo all’autobus, o gli anziani che finiscono le loro pensioni nei videopoker, i nostri compagni cinesi che stanno per conto loro mentre i nostri compagni di scuola dicono che i cinesi vogliono stare per conto loro, i giovani che non riescono ad ottenere la fiducia dei vecchi e che poi diventano vecchi che non hanno fiducia nei giovani, le case popolari tutte uguali come scatole di cemento con i buchi, l’assistente sociale che che fa finta d’interessarsi alla mia vita ogni venerdì pomeriggio mentre invece aspetta solo che finisca il suo torno di lavoro per tornarsene a casa a sorseggiare un cocktail di cherry e benzodiazepine e poi altre milioni di cose come queste, gli ho detto.
Vincent ha sorriso, ma non ha detto niente, forse stava pensando ancora all’aliena deforme, poi gli ho detto che tutto sarebbe diverso se io fossi una cazzo di supereroe e potessi cambiare le cose.
Così gli ho raccontato di quando io e la Signora Richmond facevamo lunghe passeggiate appena aveva smesso di piovere e io indossavo i misi stivali gialli preferiti e mentre camminavamo ci mettevamo in testa di avere dei superpoteri. E lei mi diceva ridendo: “Elisewin ma è una cosa da maschi” e io che le dicevo che amavo da impazzire le cose da maschi.
Il mio nome da supereroe era Laser-Lucy, ovvero una lucciola mutante, ero diventata una donna insetto grazie a dei cerali scaduti, sbriciolavo i palazzi con la luce del mio culo e riuscivo ad accecare tutti i bulli teste di cazzo della terra, specialmente quelli che mi chiamavano Richmondsenzatette. Lei invece non aveva superpoteri, aveva solo un phon pazzesco con cui faceva volar via i cattivi e asciugava le lacrime di tutto il mondo. E si chiamava EleonorPhon.
E cosi combattevamo contro tutti, ma a volte combattevamo anche tra di noi e un pomeriggio lei mi ha colpito con il suo super-phon.
– scomparirò se non smetti di colpirmi
Le ho detto e lei sorridendomi dolcemente.
– ma così mi mancherai
– ma succederà, e dovrai aspettare milioni e milioni di anni prima di rivedermi
– ma io ti aspetterò
Ha detto lei, e poi il SuperPhon mi ha sparato dall’altra parte della terra.
Ho continuato raccontando a Vincent di quando mi sono ritrovata sdraiata in mezzo a una strada in Giappone, infreddolita e sola. Sembravo uno di quei corpi spezzati sulle scene del crimine. La gente mi camminava intorno e mi guardava senza capire, qualcuno scattava delle foto. Alla fine il governo giapponese mi ha messo sotto un bicchiere di vetro gigantesco, e nutrita con piccoli pezzi di pizza, perché i giapponesi sono fulminati e fanno cose strane e non avevano mai visto una lucciola grande come me.
Ma poi sono invecchiata e ho perso la mia luce.
Così un giorno uno scienziato giapponese mi ha messo in una scatola e mi ha chiesto di cosa avevo bisogno.
Ho detto.
– solo di un bicchiere d’acqua
E lui.
– dove vuoi che ti spediamo
E io ho detto.
– a casa , soltanto a casa

E cosa è successo, mi ha chiesto Vincent.
Niente, mi hanno messo su un aereo e quando sono tornata non c’era più niente, perchè casa mia era un posto dove le cose hanno una fine.

Elisewin Richmond

Pubblicato da: Sadugo | 23 aprile 2012

Serve più movimento Vincent Freeman

Verbale dell’incontro tra il Sindaco Edward Kane, l’Assessore Gertrud Fitzelbert e il vice-presidente della Tutte Storie spa.

GERTRUD: Edward?
ED KANE: Gertrud
GERTRUD: Edward c’è qualcosa che non va nella nostra città
ED KANE: impossibile Gertrud
GERTRUD: lo pensavo anch’io Edward eppure è così
ED KANE: Gertrud, sai quanta fiducia riponga in te, ma ti ho passata da commessa della Pennuti e Piumati dove allietavi i clienti con frasi e doppi sensi ad assessore all’umanità da soli quattro anni, che permettimi di dire, sono un po’ troppo pochi per poterti concedere analisi sociologiche.
GERTRUD: Edward, c’è qualcosa che non va a Blueville, e il tuo cinismo non mi farà cambiare idea
ED KANE: Gertrud, è impossibile, solo negli ultimi dieci anni abbiamo fatto cose che nessuna altra giunta ha fatto e nessuno si è mai lamentato. Abbiamo pagato con i soldi dei cittadini la nuova sala del bingo a padre Barry permettendogli di continuare a borseggiare le vecchiette della città, vecchiette della città che paiono morire dalla voglia di farsi borseggiare da uomini vestiti di nero come lui. Quella sala bingo, Gertrud, che ci ha permesso di ricoprire di soldi l’impresa edile di tuo figlio, che poi è anche mio segretario e segretario del nostro partito. Inoltre abbiamo fatto circa trenta chilometri di piste ciclabili che non portano in nessun posto utile, e abbiamo assunto dei dipendenti comunali per farceli andare avanti e indietro in modo da non destare sospetti sul fatto che stessimo sprecando i soldi dei contribuenti, anche se per farlo abbiamo, guarda un po’, dovuto sprecare esattamente i soldi dei contribuenti. Non parliamo poi del fatto che tutta la mia famiglia è nel mio partito, e anche la famiglia della moglie di mio figlio è nel mio partito, e infatti “mio” non è mai stato un pronome possessivo come in questo caso. I libri di grammatica dovrebbero tenerne di conto in caso avessero bisogno di un esempio.  Infine abbiamo costruito case popolari in amianto, eretto zone industriali su ogni campo coltivabile, messo in cantiere inceneritori, finanziato progetti senza nessuna logica meritocratica e abbiamo fatto tutto questo, ci tengo a ricordarlo perché anch’io a volte stento a pensare che sia vero, come amministrazione di sinistra.  Beh, Gertrud, potrei continuare così all’infinito, ma solo questo dovrebbe darti la misura del fatto che oggi non c’è niente che non possa andare nella nostra città
GERTRUD: ….
ED KANE: ….
GERTRUD: eppure Edward, io sono sicura che non è così
ED KANE: Gertrud, arriviamo subito al punto che ti assilla o dobbiamo girarci un po’ intorno come di solito ami fare?
GERTRUD: Edward, non volevo dirtelo per non sembrare ingrata ma, devo essere sincera, essere assessore di una amministrazione di sinistra è noioso, non succede mai niente, a parte qualche appalto truccato o qualche indagine per legami un po’ sospetti con imprenditori poco dediti all’integrità morale, non c’è mai nient’altro di veramente entusiasmante, serve un po’ di movimento
ED KANE: il mondo ci chiede questo Gertrud, ci chiedono di anestetizzare, di assopire, di appianare, e noi lo stiamo facendo con classe direi. Se vuoi la gente in piazza con i forconi devi cercarti una giunta di centro destra
GERTRUD: ….
ED KANE: ma prosegui pure Gertrud, so che tutto questo giro di parole ti porterà a chiedermi qualcosa
GERTRUD: Edward tu sai che in questi anni mi sono data da fare molto per risolvere il problema degli immigrati e diciamocelo francamente, non riuscendo a farli smettere di arrivare ho fatto finta che mi piacessero. Così ho passato questi anni a farli giocare, a organizzargli feste, cene, fiere. Movimento, appunto
ED KANE:  ….
GERTRUD:  ci ho lavorato talmente tanto da sentirla un po’ una cosa mia l’immigrazione, non so se capisci?
ED KANE:  certo Gertrud, da qualche anno a questa parte direi addirittura che non si può essere negri a Blueville senza il tuo permesso
GERTRUD:  e questo Edward, come tu sai bene, ci ha permesso di essere la città con più negri della zona. Le statistiche del ministero hanno parlato chiaro
ED KANE:  aggiungo, permettendoci di nascondere le nostre politiche corrotte e autoritarie dietro la facciata di una amministrazione accogliente e attenta ai temi etici
GERTRUD:  ma oggi non è più così
ED KANE:  cioè?
GERTRUD:  a Illville da oggi hanno più immigrati di noi
ED KANE:  cosa intendi dire?
GERTRUD: ho letto i dati del governo, 7 Bengalesi in più, pare che una famiglia Indiana si sia traferita la per far studiare i figli
ED KANE:  Cristo, dobbiamo fare qualcosa Gertrud
GERTRUD:   Edward, per questo ho portato il signor Outspan Foster, Ex agente della Tutte storie Spa.
ED KANE:  ci siamo già incontrati
GERTRUD: allora come saprai loro modellano le comunità  a seconda delle necessità dei politici, tu vuoi fare delle leggi repressive contro i giovani? loro ti arredano la città con un branco di bulli teste di cazzo graffitari che ti permettono di avere il consenso dei cittadini quando farai una legge sul coprifuoco. Edward, loro non amano vantarsene ma sono quelli che hanno messo gli ebrei in Europa per fare un piacere a Hitler
ED KANE:  cristo Gertrud, ma dove li hai trovati?
GERTRUD:   su internet Edward, su internet trovi di tutto
ED KANE:  ma cosa dovremmo chiedergli esattamente?
GERTRUD: un lavoro da poco, voglio che Blueville diventi la città con più immigrati del mondo
ED KANE:  più di Londra e New York?
GERTRUD: se necessario si
ED KANE:  ma perché?
GERTRUD: per il movimento Edward, per il movimento
ED KANE: non stai perdendo di vista la realtà Gertrud?
GERTRUD: Edward, loro lo possono fare
ED KANE:  ….
GERTRUD: Edward prova a immaginare dei Tibetani vestiti d’arancione alle fermate dei tram, non sarebbe bello?
ED KANE: ma non ho mai sentito parlare di migrazione tibetana
GERTRUD: voi lo potete fare, vero signor Foster?
Testa che annuisce.
GERTRUD: poi vorrei anche qualche mongolo, nessuna città ha una comunità mongola, ne voglio un po’ Edward
ED KANE: signor Foster, ma si possono avere un po’ di mongoli?
OUTSPAN FOSTER:  certo signor Kane
ED KANE: e a costi come stiamo messi?
OUTSPAN FOSTER: sono un po’ più cari dei Bengalesi ma costano meno dei Tibetani, a volte danno un po’ di problemi d’integrazione, sono pur sempre asiatici, non dimenticatevelo
GERTRUD: Edward me ne occuperò io, m’inventerò qualche festa tradizionale mongola da festeggiare se necessario
ED KANE: ….
GERTRUD:….
ED KANE: è che, non so, in fondo l’idea dei Tibetani non era male, non sono quel che si dice un esteta ma le loro tonache s’intonerebbero benissimo con gli autobus della nostra città
GERTRUD: scusa Edward, chiudiamo quel centro per anziani con il Parkinson e prendiamo sia i Tibetani che i Mongoli
ED KANE: Gran bella idea Gertrud, però mi sfugge una cosa, come facciamo con gli immigrati quelli veri, quelli poveri e sudici che non vengono alle tue feste, che stanno ore e ore seduti nei parchi della nostra città, che importunano le nostre donne, che svaligiano gli appartamenti, dobbiamo tenerceli?
GERTRUD: Cristo Edward, sei così negativo, servono anche loro, fanno numero
ED KANE: non sono negativo, voglio semplicemente ponderare tutto
GERTRUD:  Edward, quando i nostri cittadini vedranno i mongoli a cavallo per le strade di Blueville nemmeno faranno caso agli zingari che li borseggiano o agli slavi che gli stuprano le figlie
ED KANE: ne sei convinta Gertrud?
GERTRUD: mai stata così convinta
ED KANE: ma non desterà dei sospetti l’apparizione improvvisa di monaci tibetani in città?
OUTSPAN FOSTER:  permettetemi di dirle che era la stessa paura di Adolph con gli ebrei Signor Kane, mi pare che per la Germania abbiamo fatto un ottimo lavoro, non crede?
ED KANE: e che non mi figuro la cosa, insomma, sarebbero strani dei monaci tibetani su una zattera in mezzo all’oceano che cercano di raggiungere le nostre coste
GERTRUD: Dai Edward, non fare il difficile, quando finanzi tutte le follie ascetiche di Padre Barry non sei così cauto, mica ti devo ricordare che gli hai costruito un palazzetto dello sport, sei piscine, dieci campi da tennis e una pista da sci solo perché ti aveva detto che Dio gli aveva mandato Steve Prefontaine in sogno a dirgli che lo sport avvicinava a Dio
ED KANE: hai ragione Gertrud, anche se con tutti questi discorsi non mi ricordo più perché lo stiamo facendo, mi sembra un ottima idea questa degli immigrati! quindi forza, diamo una lezione a quelli di Illville! Signor Foster, prenda nota, vogliamo gli immigrati più belli e colorati di tutte le altre città, ma ovviamente dovrebbero avere anche un’aria triste per dare una parvenza di umanitario a tutta la faccenda
OUTSPAN FOSTER: belli ma infelici, tristi ma colorati, se ho capito bene
ED KANE: esattamente e, niente cinesi, slavi o africani sporchi, vogliamo cose di nicchia, sia ricercato  e minuzioso nel suo lavoro, mi raccomando
OUTSPAN FOSTER: certo Signor Kane
GERTRUD: come sono felice Edward
ED KANE: un ultima cosa Gertrud
GERTRUD: dimmi Edward
ED KANE: quando il Signor Outspan Foster avrà fatto il suo lavoro e saremo la città con più immigrati del mondo dovremmo fare un evento per celebrare quel momento
GERTRUD: lo sento dal tono della voce che hai già in mente qualcosa
ED KANE: secondo lei Signor Foster, è possibile far venire Lionel Messi a Blueville?
OUTSPAN FOSTER: non sarebbe molto credibile come migrante ma ci possiamo provare
ED KANE: no no, ma cosa ha capito? Voglio un evento, Messi dovrà venire a Blueville per celebrare il nostro record, senta a cosa ho pensato, non sarebbe fantastico se potessimo radunare tutti gli immigrati in strada e chiedere a Messi di dribblarli tutti?
GERTRUD: è un idea bellissima Ed!
OUTSPAN FOSTER: anche a me pare abbia dei contorni di genialità, complimenti Signor Kane
ED KANE: avevo paura a dirla pensando di passare per provincialotto
GERTRUD: Edward tu dovresti diventare presidente della Repubblica

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 10 aprile 2012

ABBRACCIAMI VINCENT FREEMAN

Allo stendi panni di quartiere, quello in metallo dietro il giardino della Signora Zimmerman capitava spesso di fare incontri, cosi, nelle giornate più ventose il piccolo Freeman usava sedersi ed aspettare guardando i panni smuoversi nell’azzurro del cielo.
A volte erano minuti, altre ore, dipendeva dai pensieri e dagli incontri.
E si ricordava bene un pomeriggio di novembre quando la signora Richmond era scesa in vestaglia a togliere la divisa della banda della scuola di sua figlia Elisewin. Lei sembrava evaporare dentro la vestaglia a fiori mentre i bottoni d’orati della divisa scintillavano nel sole delle tre.
– Ciao Vincent
– Salve signora Richmond
Rispose lui vedendola sbucare tra pantaloni e mutande.
– È molto che sei qui?
– No, non tanto
– I soliti pensieri importanti?
Disse lei sorridendo.
Il piccolo Freeman non sapeva mai bene cosa rispondere agli adulti, insomma, spesso facevano domande che uno non capiva se erano domande a cui uno doveva rispondere oppure no, e se uno rispondeva come rispondeva? Come un bambino o come un adulto. Non era facile.
– Pensavo al mio orsetto russo
Rispose serio.
La signora Richmond rimase in silenzio per un po’ guardandosi intorno, poi chiese.
– Quale dei due?
Vincent Freeman si sentì spiazzato, aveva perso due orsetti russi da quando si era trasferito nel quartiere, uno di vecchiaia mentre l’altro era stato vittima di un tentativo di violenza del gatto della signora Zimmerman, purtroppo andato a buon fine.
Non voleva sembrare insensibile, cosi disse.
– A tutti e due signora Richmond
Lei sorrise.
– ……
– Che fa? Non si siede signora Richmond?
– ……
– ……
– Elisewin lo dice sempre che sei un gentiluomo
Vincent Freeman gli fece posto accanto a lui sul marciapiede con un certo orgoglio, poi se ne stettero qualche secondo in silenzio a guardare i panni e il vento.
– Il prossimo anno andrai alle medie vero?
– Si, signora Richmond, sono in classe con sua figlia
– Già è vero
– ……….
– Sai, si dicono un sacco di banalità o di domande inutili quando si cerca di fare conversazione
– ……
– In verità avrei voluto chiederti se ti mancano i tuoi orsetti russi
Il piccolo Freeman si sistemò le mutande alzandosi un po’ dal marciapiede senza pensare che nelle conversazioni sistemarsi le mutande che ti finiscono nel culo poteva non essere un gesto cosi appropriato.
– Oh si, signora Richmond, mi mancano moltissimo solo che…solo che nessuno mi chiede mai di loro
– tu vorresti che la gente lo facesse?
Vincent Freeman ci pensò su qualche secondo poi disse.
– Beh si, senza essere insistenti certo, però sarebbe carino da parte loro
Silenzio, i panni andavano e venivano nel vento, bottoni scintillanti e mutande colorate, lenzuoli bianchissimi come nuvole leggerissime.
– Lei è malata signora Richmond?
– …..
– …..
– Chi te lo ha detto?
Chiese stupita.
– La signora Zimmerman, qualche mese fa mentre l’aiutavo a raccogliere i suoi fiori di zucca mi ha detto di non fare troppo rumore quando passo in bici davanti casa sua, per non darle troppo disturbo
– E tu lo fai?
– Ho tolto le mollette dai raggi, insomma, ci provo
– ……
– ……
– Ti sembro cosi malata?
– No, non cosi tanto, sembra solo più magra di qualche tempo fa
Poi Vincent Freeman pensò al pelo sciupato del piccolo Tolstoj prima che morisse.
– Anche il tuo orsetto russo, quello che si è ammalato, era più magro?
Vincent Freeman aveva come la sensazione che la conversazione stesse diventando più grande di lui.
– No, mi sembra di no Signora Richmond, mangiava meno e aveva il pelo sciupato, e mi sembra che corresse meno sulla ruota, ma no, non mi sembrava più magro
Ancora silenzio, panni e vento.
– E ti prendevi cura di lui?
– Ci provavo, lo accarezzavo di più, lo pulivo più spesso ma non credo di essere stato bravo
– perché dici questo?
– Beh, è morto lo stesso
Disse Vincent Freeman con tono grave.
Poi la signora Richmond si lasciò andare indietro con le mani sul marciapiede mentre il piccolo Freeman si strinse le gambe tra le braccia.
– Sai, non sono mai voluta essere il tipico adulto che dice ai bambini che sono troppo piccoli per capire ma spero che un giorno capirai che prendersi cura di qualcuno non vuol dire non far morire quella persona
– ……
– ……
– E allora a cosa serve?
La signora Richmond si tirò su, adesso erano uno vicino all’altra tutti e due con le gambe strette tra le braccia.
– Non so, scusa, forse ho detto una scemenza, forse abbracciare qualcuno che sta male non serve a non farlo morire ma in qualche modo lo salva lo stesso
– …..
Rimasero un po’ in silenzio, ognuno nei suoi pensieri, Vincent Freeman pensò che era la prima volta che aveva sentito un adulto ammettere di dire scemenze, ed era strano. La signora Richmond cercava solo di non pensare.
– Te l’avevo detto, no?
– Cosa Signora Richmond?
– Che nelle conversazioni si dicono un sacco di cose banali e stupide
– …..
– …..
– Signora Richmond?
– Si?
– Lei vuole che l’abbracci?
Lei sorrise, stava per rispondere di no, che non importava, poi disse.
– Certo, se fa piacere anche a te
Vincent Freeman annuì, poi tutti e due si avvicinarono in maniera un po’ goffa e si abbracciarono rimanendo qualche secondo stretti l’uno contro l’altro.
Poi si lasciarono.
I Loro sguardi tornarono sui panni.
Bottoni scintillanti e mutande colorate.
– Vincent?
– Si signora Richmond?
– Io penso che non sia vero che ti manca qualche rotella
– Quale rotella Signora Richmond?

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 31 marzo 2012

Vincent Freeman parla dei pensieri da fare prima di morire

In: Blueville in prima persona

Quando il Signor Freeman guidava per accompagnarmi a scuola solitamente parlavamo dei film che avevamo visto la sera prima alla tv, ogni tanto parlavamo anche del fatto che io lo chiamo Signor Freeman e che a lui questa cosa non torna tanto e che vorrebbe avere un figlio meno bizzarro, quest’ultima cosa non l’ha mai detta ma io la leggo tra le righe. Noi Freeman parliamo molto tra le righe.
Ad ogni modo qualche tempo fa mentre parlavamo di quanto non ci fosse piaciuto L’ultimo dominatore dell’aria ho visto un ape entrare all’improvviso dal finestrino aperto, che dopo aver cercato inutilmente di raddrizzare la traiettoria del volo modificata dal vento, si è schiantata esattamente nel bianco dell’occhio sinistro del Signor Freeman. Signor Freeman che ha avuto una reazione del tutto esagerata urlando e sterzando bruscamente il volante e facendo finire la nostra macchina sullo spartitraffico. Macchina che a sua volta si è alzata in volo ruotando su se stessa più volte tra lo sguardo stupito degli altri automobilisti e finendo a testa in giù sullo spartitraffico di cemento di cui sopra.
Le conseguenze come potete capire sono state di vario tipo, ma essendo molto più basso del Signor Freeman ho avuto qualche decimo di secondo in più per vedere alcune cose che non dimenticherò come:
Lo spartitraffico che ha aperto in due la nostra macchina con la facilità con cui un Miracle Blade divide in due una lattina di Sprite durante la televendita.
La testa del Signor Freeman che si è compressa sul suo corpo finendo per far schizzare da tutte le parti sangue, pezzi di cervello, ossa e materiale organico vario.
La mia testa che, qualche attimo dopo di quella del Signor Freeman, si è a sua volta compressa sul mio corpo.
Il mio sangue, il mio cervello e il mio materiale organico sparso ovunque.
Quando mi sono ripreso dalla visione il Signor Freeman stava ancora parlando del L’ultimo dominatore dell’aria, il film più brutto della storia del cinema a suo modo di vedere, io invece sono rimasto sconvolto dal fatto che sarei potuto morire mentre stavo parlando dell’ultimo film di Night Shyamalan.
La cosa mi ha turbato.
Dal giorno dopo ho smesso di parlare con il Signor Freeman mentre lui guida, lui li per lì c’è rimasto male, anche se non ha detto niente, quasi sicuramente penserà che io stia diventando un adolescente ribelle e che è una fase della crescita, sicuramente avrà parlato di questa cosa con la Signora Freeman mentre erano da soli in cucina e alla fine si saranno abbracciati con tenerezza.
Io ho semplicemente smesso di parlare perché non voglio morire mentre sto parlando dei film di Night Shyamalan o sto facendo pensieri inutili, e allora mentre sono in macchina me ne sto in silenzio e cerco di avere solo pensieri importanti.

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 30 marzo 2012

Elisewin Richmond parla del dolore

In: Blueville in prima persona

Arthur Nottefonda è ritardato, arriva sempre a scuola con le scarpe slacciate e la camicia fuori dai pantaloni, ha il muco nasale che gli esce dal naso come i pupazzetti che mettono nelle patatine e tutti ridono quando cerca di dire qualcosa d’intelligente. Nottefonda non è il suo vero cognome, Nottefonda è come lo chiamano tutti a scuola, la scuola è un posto orribile il più delle volte e la nostra insegnante si crede una apposto e si arrabbia fino a farsi gonfiare le vene del collo quando qualcuno lo chiama Nottefonda, e poi si gira verso di lui e gli parla molto molto molto lentamente come se fosse un ritardato.
Arthur anche se è ritardato sa scrivere e l’altro giorno ha scritto sulla lavagna che mi ama e allora tutta la classe ha iniziato a ridere e a chiamarmi signorina Nottefonda, l’insegnante si è arrabbiata fino a farsi gonfiare le vene del collo e poi mi ha parlato molto molto molto lentamente.
Io allora ho pensato che avrei potuto anche piangere, invece ho avuto il desiderio di portare Arthur Nottefonda in palestra e baciarlo come nei film, e poi di avvelenarlo, guardarlo morire lentamente con il muco nasale che gli s’impiastricciava sulle labbra che avevo appena baciato e poi d’impiccarmi con la corda per fare ginnastica.
La preside e la professoressa che si crede apposto avrebbero trovato i nostri corpi, si sarebbero disperate e avrebbero convocato tutti gli alunni della scuola nell’aula magna, li qualcuno avrebbe fatto un sacco di bellissimi discorsi, ci sarebbero stati fiori e vestiti stirati, Padre Barry avrebbe detto che Dio si sarebbe occupato delle nostre anime e ci sarebbero state due foto giganti, una mia e una di Arthur e il suo muco nasale. Mio padre sarebbe stato vicino ai genitori di Arthur anche se non si conoscono e tutti avrebbero imparato qualcosa sul dolore degli altri.

Elisewin Richmond

« Newer Posts - Older Posts »

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: